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Il territorio

Le Chiese Pievane

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"Le comunità rurali hanno percepito, forse più delle chiese urbane, come il Cristianesimo potesse riservare loro una partecipazione concreta nel miglioramento collettivo ed una valorizzazione dell'innato spirito di laboriosità e sofferenza. Per loro era il modo naturale d'essere Chiesa nell'ambiente in cui erano cresciute ed operavano".

Le pievi rurali nella regione alpina

Un quadro completo dell’assetto pievano in regione appare solo in documenti molto tardivi, databili tra gli anni 1295-1309, peraltro inseriti in un rigido contesto amministrativo feudale. In quest’epoca le pievi ammontano a 72, delle quali 50 distribuite in area di lingua italiana. Inconsistente o quasi la ricerca nell’ambito del primo millennio, se si eccettua quella del Santoni, che si ferma all’origine carolingia. Solo in questi ultimi decenni la ricerca ha ricevuto nuovo impulso, grazie aIl’apporto di validi ricercatori di un’area omogenea per cultura e vicende storiche, come quella del versante alpino meridionale.

In questo contesto si ritengono ormai consolidati due dati : 
- l’origine e lo sviluppo della pieve alpina pesentano un excursus differenziato da quello della pieve del resto d’Italia, prevalentemente rurale la prima, urbana la seconda;
- le radici storiche della pieve alpina si ancorano a partire al secolo IV, in pieno clima di evangelizzazione, in un contesto politico e sociale preciso ed in un’area dalle strutture orografiche omogenee. Un’osservazione quest’ultima, che ci consente di dire che la chiesa alpina è nata e si è manifestata essenzialmente in forma “pievana”.

Le popolazioni alpine

I dati archeologici documentano fin dal sesto millennio a.C. nell’arco alpino la stabile presenza dell’uomo che, attraverso una lenta evoluzione, matura una cultura ed una organizzazione sociale abbastanza omogenee. Nell’età del bronzo (terzo millennio a.C.) le varie comunità appaiono già ben definite sulla vasta area montana racchiusa tra il Reno e il Danubio. E’ il periodo nel quale l’uomo passa allo sfruttamento intensivo del metallo con una organizzazione mineraria, in alta quota, fusoria, nei pressi dei maggiori tracciati alpini, e commerciale attraverso il trasporto dei cosidetti “pani” (modesti lingotti di bronzo, a forma di pagnotta) che consentivano in loco la preparazione di oggetti d’uso comune.

E’ questo commercio infatti che favorisce rapporti tra le comunità disperse e un interscambio di esperienze, sviluppa i percorsi e le strade, porta alla creazione di punti di convergenza (mercati). Luoghi di incontro per così dire naturali , facilmente accessibili, posizionati sull’imbocco di più valli o in vicinanza di passi. Centri che assunsero gradatamente il ruolo di guida e di unità di ampli distretti non molto dissimili nello spirito agli attuali Comprensori.
La ricerca archeologica ha evidenziato anche in Trentino queste presenze aggreganti e preordinate, che rivelano una forte unità culturale interna ed un perpetuarsi di tradizioni sociali e religiose.

Una religiosità in particolare che si manifesta nel culto dei morti con una maturazione di riti e di forme (dalla inumazione alla cremazione, dallo scarso corredo funerario al culto dei crani ed ai banchetti sacri),in riferimenti al rapporto con il mistero, con l’uso di oggetti sacrali (astralaghi, pietre incise, coppelle, roghi sacrificali),che ci riportano a luoghi di culto fortemente comunitario, inizialmente in altura (santuari) poi nell’ambito stesso dei centri abitati.

Più tardi l’offerta sul fuoco di vittime umane e/o animali e di oggetti zooformi e antropoformi, resi precedentemente inservibili, documentano il concetto ormai chiaro di sacrificio. A questi sentimenti religiosi pare collegarsi sul finire del VII sec. a.C. l’introduzione della scrittura con invocazioni propiziatorie alle divinità. Comunità sempre più definite, che assumono nel VI secolo a.C. una fisionomia precisa (cultura retica) con un'organizzazione sociale ed economica molto simile a quella delle popolazioni rurali anteriori alla rivoluzione industriale. Comunità che la storia del diritto definisce “entità originali ed autonome”, perché sorte spontaneamente per esigenze di vita consociata, "preesistenti ogni forma di stato".

La presenza romana 

Di queste comunità, sparse sull’arco alpino, si interessò anche la storia, allorquando Roma dovette con esse scontrarsi o incontrarsi. Cesare e Tacito, Dione Cassio e Plinio rivelano per primi le suddivisioni territoriali e, benché in tinta negativa, le tradizioni e le usanze. “Pagi” vengono definiti i loro ampi distretti territoriali (dal termine latino pangere = coltivare, produrre) e col nome di “vici” sono indicati i centri maggiori di convergenza. Il“pagus” indicava, a dire di questi storici romani, non solo il territorio agricolo o silvestre, ma anche la comunità che lo abitava, che nell’ambito di pubbliche assemblee sanciva ordinamenti su problemi di interesse comune. Sempre le stesse fonti ci informano come queste popolazioni alpine non conoscessero più di tanto la proprietà privata (se non relativa alla “famiglia”, cioè un nucleo di abitanti soggetti ad una autorità) e come privilegiassero l’utilizzo comune dei territori, affidati per rotazione alle famiglie stesse. Fonte unica del diritto in fine appariva la“consuetudine”, non sempre disgiunta da credenze religiose.

Popolazioni dunque organizzate, distribuite su territori ben definiti, che si reggevano autonomamente attraverso propri ordinamenti interni. Al tempo della graduale occupazione dell’arco alpino, la sensibilità politica di Roma ebbe spesso ad esercitarsi nel confronto di queste realtà sociali, assorbendole più o meno pacificamente in specie di alleanze, differentemente stipulate secondo l’importanza strategica del territorio. Accordini che rispettavano l’organizzazione interna, gli organi di rappresentanza e le normative vigenti (lex pagana, cioè del pagus). Per i tempi che più direttamente ci riguardano, dobbiamo osservare che questa politica era conseguente a quella assunta da Tiberio, che mirava ad ottenere la collaborazione attiva delle popolazioni “aggregate” a Roma, in un momento di ampia estensione dell’impero fin’oltre le Alpi.

Si trattava insomma di un vero ordinamento giuridico-amministrativo, egregiamente collaudato dalla “Lex Gallia”, riservato alle popolazioni assorbite dalla romanità. Se territori circostanti le città venivano annessi ufficialmente al Municipium, quelli periferici venivano solo attribuiti alla sede centrale, garantendo loro una certa autonomia, che doveva essere ripagata da particolari prestazioni e servizi. In questi distretti rurali Roma si riservava di collocare un proprio rappresentante ufficiale (vicusmagister) e di amministrare la giustizia, (in vico jus redditur),come annota Tacito. In questo modo andò sviluppandosi la romanità nelle Alpi, privilegiando gli accordi e limitando gli scontri militari.

L’evangelizzazione delle vallate alpine

Dopo la pace costantiniana, che garantì alla Chiesa una forte organizzazione pastorale nei Municipia, l’attenzione missionaria fu puntata sull’entroterra alpino. Tra il 380 ed il 400 d.C. sull’onda anche d’una particolare politica imperiale, le giovani chiese di Torino, di Brescia, di Verona e di Trento (legate a Milano) e quelle di Feltre e Parenzo (legate ad Aquileia) penetrano nei territori alpini con una attenta opera evangelizzatrice. Per l’area giudicariense significative appaiono al proposito le titolazioni ai santi Barnaba, Faustino e Giovita (Bondo, Ragoli, Cavrasto), legate alla tradizione bresciana e quella di s. Zeno (Bolbeno, Pelugo, Fiavé, Cologna) noto vescovo veronese. La strada era obbligata: costituite le chiese nei Municipia, non restava che puntare sui “vici” ormai divenuti naturali centri di convergenza giuridico-amministrativa dei distretti pagensi.

La rapidità ed il successo della penetrazione del Cristianesimo nelle vallate alpine può trovare una ragione nella presenza in loco di quel valori basilari del Cristianesimo (il senso di solidarietà, di profonda unità interna, di autonomia organizzativa) che caratterizzavano ormai da secoli le popolazioni alpine. Valori che la Chiesa pazientemente sublima, trasformandoli in atteggiamenti di carità, fratellanza e sacrificio. Il messaggio cristiano, facilmente recepito dalle classi più umili, diventa lievito che, nell’ambito della gestione comunitaria, finisce col migliorare, senza snaturarli, i regolamenti interni e le tradizioni popolari. Quel complesso di norme giuridiche che, nei secoli a seguire, vediamo trascritte gelosamente nelle Carte di Regola, sempre prefate dall’espressione cristiana “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

Più che altrove nel “pagus” si concretizza la vera idea di Chiesa, cioè di comunità operosa attraverso la quale Dio attua la Salvezza. Una comunità che, come tale, sa provvedere a tutto: ad esprimere i propri presbiteri, per l’annuncio della Parola e l’amministrazione dei Sacramenti e sa autonomamente dotarsi delle strutture per l’azione concreta: dall’aula sacra ai servizi caritativi. In questo spirito il termine di"pagus" (che già indicava popolazione e territorio) si trasforma in quello più significativo di “plebs”, cioè di comunità di base, da cui trasse origine in seguito l’espressione popolare di “pieve”.

Le comunità rurali hanno percepito, forse più delle chiese urbane, come il Cristianesimo potesse riservare loro una partecipazione concreta nel miglioramento collettivo ed una valorizzazione dell’innato spirito di laboriosità e sofferenza. Per loro era il modo naturale d’essere Chiesa nell’ambiente in cui erano cresciute ed operavano.

Istituzione sociale

L’inserimento di questa istituzione religiosa nella realtà sociale ed economica, avvenne agli inizi del 600, quando le tristi vicende delle invasioni barbariche interessarono improvvisamente la fascia alpina. Successe infatti che le legioni romane di stanza sul Danubio ed il Reno, incapaci di far fronte ai ripetuti tentativi di penetrazione, si ritirarono su Verona, per la creazione di uno sbarramento più limitato e sicuro. Di conseguenza le popolazioni alpine, per quasi quattro secoli difese da Roma, si trovarono d’un tratto abbandonate a se stesse, costringendo gli impauriti abitanti a difendersi da soli. Non restava che far leva sull’atavica coscienza comunitaria, accentuando lo spirito di servizio e di organizzazione.

In questo difficile contesto sociale, l’organizzazione pievana venne ad ereditare anche il ruolo di guida amministrativa, economica e politica, grazie al numero dei credenti già fattisi maggioranza. Il compito era gravoso, perché si trattava di non lasciar sguarniti i posti strategici di vigilanza, un giorno presidiati dai veterani di Roma, di predisporre i luoghi al rifugio e relative scorte annonarie, di assicurare un razionale sfruttamento dei terreni fino ad allora inseriti nella pianificazione agraria romana, garantire l’amministrazione della giustizia, ecc.

La pieve, già erede dell’antico "pagus",assunse così e mantenne nei quattro secoli a seguire quella fisionomia di struttura autonoma, religiosa, giuridico amministrativa che la caratterizzerà fino alla ristrutturazone carolingia. Polo unico e vitale che garantì unità ed identità alle popolazioni sottoposte ai vari regimi barbarici. Furono i Longobardi in particolare a sfruttare questa unità interna, riconoscendo ufficialmente la struttura pievana e presidiandola. A quest’epoca dunque può farsi risalire la nascita ufficiale o quanto meno l’affermazione di questo ente religioso rurale, che aveva però le sue radici nei secoli addietro.

La Pieve e la sua personalità di diritto pubblico

Lo studioso Bognetti è stato il primo a delineare sul piano giuridico l’evoluzione di queste comunità rurali, poi pievi. Esse fin dall’epoca romana potevano essere configurate come “associazioni necessarie a carattere territoriale” i cui membri erano tenuti in solido verso la comunità a determinate prestazioni. La loro organizzazione si rialacciava al sistema amministrativo dei“Municipia”, ove alla civitas (città capoluogo politico) venivano “attribuite” le comunità rurali comprese nei suoi “fines” (= confini). Già nella sentenza dei “Langenses Viturii” (II sec. a.C.) si registrano queste comunità rurali come enti soggetti a diritti e obblighi, nelle quali la volontà si manifestava attraverso l’assenso della maggioranza dei componenti.

E questa evoluzione sembra accentuarsi nel pagi più interni con la sostituzione, attorno al I secolo d.C. dei curatores o preposti, di nomina delle Curie cittadine (quindi di Stato), con ufficiali eletti dalle assemblee locali, tanto da diventare prassi comune nel IV secolo d.C. Significativo al proposito il rescritto dell’imperatore Nerva (96 d.C.), buon giurista per tradizione familiare. In altre parole viene ad affermarsi un mutamento di persona giuridica, solennemente affermato come unità dello Stato dalla giurisprudenza romana, con una nuova concezione intesa come pluralità ed insieme di persone. Una concezione che veniva ad esprimersi nelle formule “homines de (seguito dal nome del luogo) fecerunt”oppure “Comunitas et homines de... fecerunt”.Tutti termini che sottolineavano il valore primario della comunitas (= comune unione) e dei suoi membri.

Questa situazione si rafforzò nel trapasso dall’epoca romana a quella barbarica, grazie alla generale decadenza delle strutture politiche ed economiche e grazie anche all’influsso del Cristianesimo che faceva della comunità (il popolo di Dio) lo strumento sul quale si realizzava la salvezza divina. Quando si arriva all’età barbarica è già principio generale del diritto pubblico quello della capacità e personalità giuridica degli enti locali territoriali. Ciò era logico del resto, perché essi dovevano provvedere da soli ad organizzare gran parte delle loro esigenze sociali (difesa, culto, viabilità, ecc.), mentre lo Stato si limitava ad un generale controllo politico e all’imposizione fiscale.

Non si può tuttavia parlare di un sistema di vera e propria autonomia locale, perché ogni nomina (anche se sostanzialmente fissata dall’intervento del popolo) richiedeva la conferma dello Stato o della Chiesa. Quando nei primi secoli dopo il Mille tornerà ad emergere il concetto romano di “persona iuris”,come ente distinto dalla somma degli individui che la compongono e comincerà a delinearsi“l’istituzione comunale”, la pieve come “popolo di fedeli” continua a mantenere una propria personalità giuridica con propri organi di rapresentanza, chiamati talora ad esercitare servizi a favore della comunità civile. Ma di questo si potrà parlare più a lungo in altra sede.

Il contributo dell’archeologia

Gli scavi condotti nell’area alpina in quest’ultimo trentennio hanno evidenziato la contemporaneità di questa evoluzione cristiana dei centri rurali, distribuiti lungo i maggiori itinerari alpini. Benché di alcuni rinvenimenti si avessero notizie da tempo, questi vennero interpretati dagli studiosi come fenomeni circoscritti, sottovalutando quell’unità territoriale, tipica dell.’era protostorica e romana, che non conosceva confini politici, culturali e commerciali confrontabili con quelli del nostro tempo. Oggi è invece in atto una nuova metodologia di studio, impostata sulla comparazione dei diversi rinvenimenti archeologici al fine di analizzale i caratteri e Ie istanze comuni. Si sono potuti così delineare alcuni parametri fissi, attraverso i quali giungere a conclusioni che modificano sostanzialmente certe... sicurezze, date per acquisite e tarde ancor oggi a morire.

I resti archeologici (chiesa, battistero, zone cimiteriali, ecc.) vengono ad esempio esaminati unitariamente nell’ambito di un abitato sufficientemente documentato in epoca protostorica e romana oppure nell’ambito di un "oppidum” o “castellum” d’epoca barbarica, consentendo un sicuro riferimento cronologico. Successivamente il confronto degli elementi strutturali (orientamento, aula, materiali e tecniche di impiego) permettono la ricostruzione comparata delle varie fasi storiche. Dal confronto di questi risultati, su una campionatura di 59 località dell’arco alpino, pare possibile oggi arguire come la organizzazione delle prime chiese aggreganti alpine vada inscritta nello spazio di due date limite: ultimo decennio del sec. IV e primo decennio del sec. VII.

La codificazione

In epoca carolingia (sec. IX), restituita alle Alpi un’unità politica, la collaudata istituzione pievana, venne inserita nel rigido sistema feudale e codificata con regole precise nel nuovo ordinamento territoriale. Il sistema delle infeudazioni, che aveva incrementato lo sfruttamento del territorio e la dstribuzione di piccoli nuclei abitativi (insieme di “focus”) attorno ai castelli nobiliari, portò alla proliferazione delle pievi, una per ogni valle, smembrando i vasti territori e con essi lo spirito unitario delle genuine pievi matrice.  A questa tardiva suddivisione fiscale fa riferimento l’assetto pievano citato in apertura.

NOTA FINALE

Per quanto concerne la storia delle Sette Pievi giudicariesi, oggetto di questa succinta esposizione, va fatto sottolineare come l’area di rispettiva competanza appaia distribuita su due versanti geografici, diversamente definiti da una contrapposta logica d’osservazione.Giudicarie esteriori sono definiti i territori del Banale, Bleggio e Lomaso eGiudicarie interiori quelli di Condino, Bono, Tione, Rendena per quanti esaminano le vicende storiche dei primi sette secoli, gravitanti sull’area lombarda e veneta. Giudicarie esteriori (Città Duronum - al di qua del Durone) e ulteriori (Ultra Duronum = al di là del Durone) per quanti affrontano i secoli successivi, gravitanti sulla politica della Marca carolingia e del Principato vescovile. Un'osservazione dovuta per non ingenerare confusioni in quanti si accostano a questa lettura.

Beppino Agostini

Fotografie delle Chiese Pievane