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I Castelli ed i Palazzi Signorili

L'architettura laica recita nel comparto dei beni culturali un ruolo di primo piano. Tale architettura è composta in prima istanza dai castelli, strutture per loro natura forti nel paesaggio, visibili da molto lontano e caratterizzanti i centri focali e le prospettive dei paesaggi e dei panorami e questo specialmente in aree montuose come le Giudicarie.

Architettura laica nelle Giudicarie

I beni culturali sono il patrimonio costruito dall’uomo che rende possibile il nostro radicamento nel passato, nel senso di condurci a penetrare e comprenderne le radici. In nome di questo radicamento, non è fuori luogo l’attuale interessamento della pubblica opinione verso queste risorse del territorio, sia da parte dei residenti che da parte degli ospiti. L’architettura laica recita nel comparto dei beni culturali un ruolo certamente di primo piano.

Tale architettura è composta in prima istanza dai castelli, strutture per loro natura forti nel paesaggio, visibili da molto lontano e caratterizzanti i centri focali e le prospettive dei paesaggi e dei panorami. Questo specialmente in aree montuose come le Giudicarie, tanto le Giudicarie Esteriori che le Giudicarie Interiori.

I castelli occupano generalmente i punti nodali del paesaggio e le ubicazioni adatte al controllo del territorio, quindi delle comunicazioni e delle vie strategiche ancor oggi riconoscibili. Certamente i castelli svolgono la loro funzione paesaggistica e prospettica anche se ridotti a cumulo di macerie: anzi, la loro spettralità non fa altro che aumentare il grado di suggestione.

Il castello comunque non è mai un edificio a se stante, anche se isolato sorge all’interno di una serie di funzioni giuridiche, sociali, culturali, nonché economiche, che ricevono senso dal fatto di sorgere in comunità locali tuttora viventi, villaggi, agglomerati di abitati, valli: ma pur essendo intimamente inseriti in un determinato territorio, i castelli nella loro struttura presentano caratteristiche fisiche totalmente diverse da quelle degli altri edifici agricoli o abitativi, per le loro dimensioni, lo scopo militare di cui sono portatori, la loro stessa ubicazione. Da qui la necessità di ingentissimi mezzi per restauri o interventi conservativi, quindi la pratica impossibilità per un proprietario privato di intervenire efficacemente se non tramite l’intervento pubblico.

Il castello è uno dei referenti simbolici più importanti del territorio, per dirla con Franco Demarchi, in quanto non solo segna il territorio con la sua presenza, ma propone con e nel territorio un “insieme panoramico e paesaggistico” imprescindibile. Un referente simbolico in quanto offre all’ambiente un significato e stabilisce con l’ambiente un rapporto preciso, sostanziato di valori e di processi di identificazione: né più né meno che si trattasse di una montagna, di un lago o di un elemento naturale dal profilo inconfondibile e che immediatamente identifica un luogo, un centro, una valle.

Come insegna Aldo Gorfer, il castello ha un duplice rapporto: da un lato con il paesaggio, dall’altro con la comunità, in una rete di rapporti economici e giuridici, di leggende e di racconti popolari. Gli scampoli di tradizione che ancor oggi vivono tra la gente delle nostre vallate sui vicini castelli formano la base dell’immaginario del castello, documentato in tutti gli otto castelli attualmente esistenti nelle Giudicarie.

Gli studiosi di castellologia sono ormai concordi nel considerare tale struttura non solo come elemento bellico e militare, ma come nucleo fondamentale e globale della civiltà del passato, in particolare quella medioevale, che rende possibile penetrare accanto al settore strategico-militare anche la vita civile ed economica, l’arte del periodo, la politica, i rapporti sociali. Lasciando da parte la antica ‘querelle’ sull’origine dei castelli, e quindi il loro rapporto con le fortificazioni precedenti (è stato detto che gli apparati fortificatori sono vecchi come l’uomo), ciò che preme sottolineare è l’importanza dei castelli e in parte dei palazzi per il territorio.

Cesare De Seta ha affermato in proposito che “tra XI e XIII secolo il fenomeno fortificatorio elegge a proprio simbolo il castello”, seguendo la tendenza della nobiltà medioevale a spostarsi in alto rispetto alla città o al villaggio, quindi in una posizione di dominio: lo scenario valligiano giudicariese riflette in pieno questo movimento della nobiltà verso l’alto, coinvolgendo nettamente in questo processo le Giudicarie Esteriori e la Valle del Chiese, ed escludendo invece una vallata dotata di una forte autonomia comunitaria e fondiaria come la Val Rendena, totalmente estranea al fenomeno castellano. L’architettura laica è composta in seconda istanza dai palazzi nobiliari, strutture meno forti nel loro rapporto con il paesaggio, ma altrettanto decisive per il rapporto con la comunità e quindi per l’aspetto sociale e culturale.

Se per i castelli la cronologia e la periodizzazione degli interventi è piuttosto analoga in tutti i casi, anche se non omogenea, il periodo del Medioevo preso nel suo insieme (senza entrare nel merito delle ipotesi sull’origine), per i palazzi nobiliari il discorso è molto diverso e va fatto caso per caso. Il palazzo ha riferimenti con una famiglia o più famiglie nobili, ha legami diretti o indiretti con la conduzione e la gestione del territorio circostante, quindi non esiste un’unica epoca di edificazione, ma diverse perché diverse sono le età storiche di riferimento, non il solo Medioevo.

La diffusione dei palazzi rispetto ai castelli, poi, è più omogenea sul territorio, segno d’un radicamento non tanto politico, quanto sociale ed economico di simili strutture prevalentemente abitative. Sono le mutate esigenze abitative, che si vanno affermando con il diffondersi della civiltà del Rinascimento in Italia, a promuovere ad un certo punto l’abbandono da parte delle famiglie nobili incastellate delle antiche fortezze castellane, per le residenze nobiliari fortificate prima, quindi per i palazzi veri e propri nei villaggi giudicariesi oppure nei tessuti urbani delle limitrofe città trentine.

La proprietà, l’uso

L’articolazione della proprietà, pubblica (provinciale o comunale) e privata tiene conto delle diverse vicende storiche attraversate dagli edifici laici, soprattutto i castelli.

La Provincia è proprietaria di Castel Stenico, dopo il passaggio di competenze dallo Stato all’Ente locale tramite la Sovrintendenza ai Monumenti e Gallerie del Trentino-Alto Adige (1973). Sede di mostre a carattere provinciale, è quasi completamente ristrutturato e visitabile con visita guidata in ogni parte dell’anno. Provinciale è anche il castello di Santa Barbara di Lodrone, attualmente in fase di restauro.

Appartengono a Comuni giudicariesi vari castelli:

  • Castel Romano (Comune di Pieve di Bono, impegnato in un intelligente recupero su larga scala per farne un contenitore culturale)
  • Castello di San Giovanni di Lodrone (Comune di Bondone, impegnato in un restauro conservativo)
  • Castel Restor (Comune di Bleggio Inferiore, impegnato in un progetto di restauro e salvataggio della cerchia muraria)
  • Castel Mani (Comune di San Lorenzo in Banale, impegnato in un progetto di salvataggio delle mura)

Restano i castelli privati:

  • Castel Campo, di proprietà dei Conti Rasini da Milano (ma visitabile prenotandosi con una e-mail a info@castelcampo.com od una telefonata al n. 0465/701413)
  • Castel Spine

Tutti privati, invece, i palazzi signorili: Bavaria di Lodrone, Lodron del Caffaro, Villa de Lutti di Campo Lomaso, con usi dall’abitativo al turistico, ad eccezione del palazzo Lodron-Bertelli di Caderzone, che sta per passare nelle mani del Comune.

Un caso a se stante è palazzo Levri di Fiavé, il cui annesso edificio detto “Convento” sta per divenire sede del Museo archeologico-naturalistico delle Palafitte di Fiavé.

Le leggende, l’immaginario

Intorno agli edifici dell’architettura laica l’immaginario popolare ha costruito interi cicli di leggende, racconti, tradizioni, segno dell’importanza anche sociale e culturale di tali edifici nel tempo. Alcuni caratteri di tali leggende e racconti si ripetono in vari casi, ma la maggior parte delle volte ogni edificio ha la sua leggenda, i suoi specifici racconti, che sono diversissimi dai racconti e dalle leggende degli altri edifici dell’architettura laica.

Per il palazzo Lodron-Bertelli le leggende vertono intorno alla particolare ferocia dei suoi abitanti, con la fossa dei coltelli, saletta pensile sopra la muda irta di coltelli, la cattura di Marco, mitico brigante lodroniano, l’origine mitologica dei Bertelli da una lontana investitura imperiale.

Per il palazzo Lodron del Caffaro le leggende vertono sulla potenza dei Lodron, con i cavalli dei Lodron che conducono con la loro forza i padroni nella intera Valle del Chiese e poi in Rendena, in Val Lagarina e infine aldilà delle Alpi, in terra austriaca.

Per il palazzo Bavaria di Lodrone la leggenda racconta del detto “ti farò ricco, Massimo”, che diede origine al nome del paese di Riccomassimo, per l’appunto.

Castel Stenico dà origine a numerose leggende incentrate sulla tremenda “torre della fame”, dove i prigionieri vengono lasciati morire d’inedia e di fame per la crudeltà dei luogotenenti.

Il castello di Santa Barbara di Lodrone risuona dei gemiti degli impiccati sul Dosso della Forca e dei sospiri della sua contessa, avida d’amore e di luoghi sereni in un mondo così tetro e continuamente abbruttito da stridore di catenacci e rintocchi di campane a morto.

Il castello di San Giovanni di Bondone ricorda il racconto del monte delle tombe, il giudizio di Dio sul duello per il possesso di quello che ora si chiama il monte Tombea. Castel Romano vive sulle leggende fiorite nel tempo intorno alla figura della contessa Dina, maga e mangiatrice d’uomini, fino alla vendetta estrema del prete Fantini, che compie giustizia per tutti.

Castel Spine vive nel ricordo del fantasma con manto candido, che appare al tocco di mezzanotte per espiare la sua tremenda colpa di nobile di casa d’Arco fratricida.

Castel Campo vive a sua volta nel ricordo d’un altro fantasma, la bella Margherita, la figlia del mugnaio rapita e fatta morire per il suo diniego da un Graziadeo da Campo, in fondo alla segreta del castello; oppure nello sfondo romantico e tenebroso de “Il Conte di Riga” del poeta Giovanni Prati.

Castel Restor infine vive nel ricordo del castellano d’Arco decapitato per aver attuato il richiesto jus primae noctis con la bella moglie del popolano Painelli, negli urli agghiaccianti dei contadini sorpresi dai briganti, oppure nell’ondeggiare ai refoli del passo Duron del lumicino misterioso.

Graziano Riccadonna

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