Ti trovi in:

Home » Il territorio » Turismo » I Baschenis nelle Giudicarie

Menu di navigazione

Il territorio

I Baschenis nelle Giudicarie

Immagine decorativa

Nel corso dei secoli, l'intreccio di relazioni transfrontaliere hanno trascinato con sé, con gli scambi economici e le influenze politiche, profondi e durevoli contatti culturali. La storia dei pittori Baschenis ed il ruolo che questa famiglia bergamasca di artisti girovaghi giocò per oltre un secolo nelle Giudicarie del Medioevo, rappresenta un importante capitolo degli scambi culturali con la vicina area italiana.

Breve storia delle valli

Nel primo Medioevo le valli Giudicarie costituivano un’ entità amministrativa relativamente compatta, sottoposta al governo temporale e spirituale dei principi vescovi di Trento. Agli inizi del XII secolo, quando con alcune donazioni territoriali gli imperatori germanici avevano creato dal nulla il nuovo stato ecclesiastico, la giurisdizione diocesana e civile dei vescovi trentini si estendeva sopra un’ ampia fetta di terre che ricalcava nelle dimensioni l’ antica Judiciaria Summa Laganensis del periodo romano e longobardo: il distretto comprendeva allora le odierne Giudicarie, a nord la val Rendena sino all’incrocio con le limitrofe valli anauni, più a sud le terre attraversate dal corso dei fiumi Sarca e Chiese fino al lago d’ Idro e di Garda, i confini meridionali e occidentali del principato posti a ridosso delle città italiane di Verona, Mantova e Brescia.

Nel corso del XIII e del XIV secolo tuttavia, il disegno originario della Judiciaria si era lentamente alterato: Calavino e Cavedine, due villaggi poco lontani dal lago di Toblino, erano stati annessi alla Pretura di Trento; Riva del Garda, la piccola valle di Ledro, Tignale e il castello di Tenno avevano formato realtà amministrative autonome affidate a funzionari di nomina vescovile; infine, nei tratti più meridionali del Sarca e del Chiese, le due grandi famiglie signorili d’ Arco e Lodron erano state in grado di allentare i vincoli di dipendenza feudale con il principe vescovo e di erigere i propri estesi domini fondiari al rango di contea, liberandoli così quasi del tutto dalle intrusioni e dai controlli degli ufficiali trentini.

La progressiva riduzione dei poteri vescovili nelle Giudicarie lungo i secoli centrali del Medioevo, o il loro differente profilo, furono la conseguenza del susseguirsi incessante di scontri militari per il dominio sul Principato, percorso vitale per i transiti e i commerci fra l’ impero germanico e la penisola italiana; ma furono allo stesso tempo, nei loro riflessi locali, anche l’ esito di una posizione geografica del tutto peculiare. Le facili strade d’ accesso alla pianura padana o alle vallate lombarde, e all’opposto le difficili vie di comunicazione che portavano al lontano capoluogo trentino, spesso impraticabili nelle cattive stagioni fino a tutto l’ Ottocento, rendevano la vita politica giudicariese particolarmente sensibile agli influssi che giungevano dal mondo dei comuni e delle signorie lombarde. I fitti rapporti familiari e patrimoniali intrattenuti dagli Arco con i Gonzaga di Mantova, o quelli altrettanto intensi fra i conti Lodron e le stirpi più influenti della feudalità bresciana, erano stati una delle condizioni indispensabili per l’ affermarsi dei loro sogni di autonomia nobiliare. E anche quando, lungo il XV secolo, la repubblica di Venezia con la conquista di Brescia e Bergamo era divenuta il solo attore politico dentro le province lombarde confinanti con il Principato, non era mai venuta meno quella forte sensibilità alle vicende italiane che tanto aveva contato dentro le valli giudicariesi durante il Medioevo.

Certo, con l’ approssimarsi del periodo moderno la fisionomia istituzionale dell’intero complesso principesco vescovile diveniva più stabile. Dopo la guerra veneto-asburgica del 1487, l’ ultimo grande episodio bellico del Medioevo, la situazione politica trentina assumeva tratti più tranquilli e le Giudicarie a cavallo fra Quattro e Cinquecento conquistavano un'estensione territoriale destinata a restare intatta sino all’invasione delle armate napoleoniche. Nell’arco di tempo compreso tra gli episcopati di Johannes Hinderbach (1465-1487) e di Bernardo Cles (1514-1539), si giungeva, dopo tentativi compiuti già ai primi del secolo, a un’ organizzazione dei carichi amministrativi più efficace; dietro richiesta delle comunità, che mantenevano larghe competenze di gestione dei poteri locali come dovunque nell’arco alpino, e allo scopo di facilitare l’esercizio dei compiti giudiziari e fiscali attribuiti ai funzionari vescovili, le valli Giudicarie venivano divise in “Citeriori”,comprendenti le zone del Bleggio, Lomaso, Banale, ed “Ulteriori”, che salivano dall’alta valle del Chiese a Condino, Tione e da qui seguendo il corso superiore del Sarca percorrevano tutta la val Rendena fino a raggiungere Madonna di Campiglio.

A tale suddivisione, che ricalcava il tracciato stradale attraversante il passo del Durone (da qui appunto la divisione in parti ultra ecitra Duronum) si adeguavano anche le mansioni degli ufficiali del principe trentino: il capitano, responsabile della giustizia d’ appello, della difesa militare e dell’esazione dei tributi, risiedeva col suo piccolo seguito di giudici e massari fiscali nel castello di Stenico, la rocca fortificata più antica e più munita dei vescovi nelle terre giudicariesi; ai suoi ordini, ma residente a Tione, un vicariusamministrava la bassa giustizia, senza quindi le competenze criminali, nel distretto delle “Ulteriori”. Mancando una via diretta che da Trento conducesse al centro delle valli Giudicarie - la strada odierna da Sarche a Ponte Arche venne ultimata solo nell’Ottocento dal governo imperiale - e costretti quindi i viaggiatori a inerpicarsi dal Lomaso verso il passo del Durone, lasciare un margine di autonomia amministrativa alle zone centrate su Tione, dovette sembrare al principe vescovo di Trento l’unica soluzione possibile per garantire a questi sudditi così lontani e disagiati una presenza concreta della propria sovranità.

Questa struttura amministrativa che prendeva forma agli inizi del XVI secolo restava per certi versi rudimentale e povera di uomini, capace solo di assicurare un grado tollerabile di pace interna e di sicurezza verso le aggressioni dei confinanti. Lo stato trentino si presentava certo più compatto del passato ma mai del tutto racchiuso su se stesso; territorio dall’agricoltura arcaica e dalle scarse ricchezze naturali, esso era obbligato a svolgere quella funzione di area di sutura fra spazi italiani e tedeschi, di corridoio di transito di merci e di esperienze, che era stata la causa della sua nascita e che anche adesso continuava a segnarne l’ esistenza.

2.  Le Valli e i Baschenis
Premessa
La vicenda politica delle Giudicarie - come abbiamo cercato di mettere in luce - era stata sempre fortemente condizionata da eventi esterni ai propri confini; in molte occasioni, specie nel Medioevo, a incidere sul suo destino istituzionale erano stati più i risultati degli scontri tra le signorie lombarde e venete che non il debole regime vescovile. Accanto alle intrsusioni violente e alle battaglie, la vicinanza con il mondo italiano aveva conosciuto tuttavia altri modi di manifestarsi. Esisteva per esempio una lunga e mai interrotta tradizione di rapporti economici con i tessuti produttivi delle realtà padane, che si esplicava nell’arrivo stagionale di mercanti e venditori al minuto, giunti nei villaggi giudicariesi a smerciare i prodotti delle botteghe italiane, e nelle emigrazioni di maestranze locali richiamate verso i laboratori artigianali di Brescia e Bergamo o nei cantieri dell’arsenale di Venezia.

Ancora alla fine del secolo scorso, in un saggio dedicato alle origini della famiglia comitale di Lodron, lo storico tirolese Carl Ausserer descriveva le zone di Storo, del lago d’Idro e di Condino - a quel tempo le estreme propaggini dell’impero asburgico verso la Lombardia - come non solo etnicamente italiane ma come terre di fatto assorbite nel raggio dell’economia bresciana, terre dove la moneta corrente era la lira sabauda e dove i contatti con il governo dell’imperatore viennese si riducevano alla presenza saltuaria degli esattori fiscali e al reclutamento per la leva militare.

I Baschenis
Questo intreccio di relazioni transfrontaliere, che si rivela uno dei caratteri di lungo periodo delle vicende giudicariesi, ha trascinato con sé, nel corso dei secoli, accanto agli scambi economici e alle influenze politiche, profondi e altrettanto durevoli contatti di tipo culturale. La storia dei pittori Baschenis e il ruolo che questa famiglia bergamasca di artisti girovaghi giocò per oltre un secolo in questo pezzo remoto di Trentino medievale, rappresenta senza dubbio un capitolo importante degli scambi culturali con la vicina area italiana.

Si cercherà qui di seguire passo per passo, secondo le indicazioni d’ archivio e gli studi fino a oggi esistenti, le tracce dei loro instancabili spostamenti, e di indagare con esse quel lascito corposo, fatto di tecniche e di contenuti pittorici innovativi, che essi hanno depositato nelle zone di nostro interesse. Sarà facile scorgere talvolta nelle loro opere la modestia e l’ insicurezza di chi, partendo da un paesino del bergamasco, aveva appreso solo marginalmente un linguaggio pittorico sofisticato e frutto in massima parte della rivoluzione rinascimentale nata nelle grandi città e nelle corti della pianura padana. Ma pure con i suoi tratti rudi e popolari, la funzione di tramite che i Baschenis svolsero divulgando i messaggi della nuova arte in altre montagne, non troppo dissimili da quelle che avevano lasciato, fu proficua e resta ancora ai nostri occhi degna di attenzione.

Antonio Baschenis
Con Antonio, i figli Giovanni e Battista, il fratello Angelo, tutti e quattro nativi di Averara, paese nelle montagne del bergamasco, si apriva il capitolo della pittura dei Baschenis nelle valli Giudicarie. La prima tappa fu in S. Stefano di Carisolo nel 1461 con Antonio Baschenis (doc. 1450-90) affrescatore sulla parete interna di destra di una teoria di Santi; degli stessi anni erano pure i frammenti della decorazione dell’antico arco santo, nella vicina S. Vigilio a Pinzolo, solo recentemente recuperati dopo essere stati a lungo celati dall’alzato di un altare.

Queste opere risentivano della tradizione tardogotica per una caricata profusione decorativa e per una compiaciuta ricerca di ritmi lineari. Caratteristiche che negli affreschi del fratello Angelo Baschenis (doc. 1450-90) erano esasperate al punto che la cura pedante per il dettaglio descrittivo disgregava qualsiasi richiamo alla chiarezza rinascimentale. Quest’ultimo è documentato il 26 marzo 1490 in un gruppo di affreschi all’interno, sulla parete meridionale, della già citata chiesa di S. Vigilio a Pinzolo nei quali predomina la figura della Madonna in trono col Bambino. Per affinità stilistiche sono da aggiungere al catalogo di Angelo pure gli Episodi della vita di S. Giuliano, fortemente compromessi dai danni causati dall’umidità, nell’omonima chiesa di S. Giuliano nel Bleggio. Nell’impresa decorativa collaborarono, forse, i nipoti Giovanni e Battista attivi in coppia soprattutto nelle valli di Sole e di Non.

Cristoforo Baschenis
A questo primo gruppo di pittori, che appartenevano al ceppo più antico della famiglia Baschenis e il cui capostipite era Lanfranco seguiva, verso la fine del XV secolo l’immigrazione, sempre da Averara, di un altro ramo della stirpe, discendente dal più noto Cristoforo. Le ricerche fino ad ora condotte non hanno reso possibile stabilire i legami genealogici tra i due nuclei; certo è che a questa seconda venuta va il merito di aver diffuso i modelli bascheniani in maniera capillare.

Cristoforo I Baschenis (doc. 1465-75), da non confondere con l’omonimo nipote, era in Val Rendena il 6 ottobre 1474 come ricordano la firma e l’iscrizione di suo pugno lasciate nella chiesa di S. Antonio a Pelugo. Egli eseguiva qui il S. Antonio abate sul vertice della facciata; quest’affresco l’unico del pittore rimastoci, denuncia nella definizione prospettica del trono un lento e faticoso abbandono dei modelli gotici. Per quanto riguarda il figlio di Cristoforo I, Simone I (doc. 1488-1503) siamo ancora più sfortunati perché di lui possediamo soltanto la descrizione, eseguita nel 1927 dallo studioso Antonio Morassi, degli affreschi che questi realizzò dell’abside nella parrocchiale diLodrone; di li a pochi anni però tali affreschi vennero distrutti.

La sua attività si svolse soprattutto nel bergamasco, ma anche per queste opere non possediamo testimonianze. Con Simone I nel 1507 a Lodrone, collaborava pure il fratello Dionisio (doc. 1493) di talento modestissimo, ritenuto della famiglia il più antiquato nello stile. Ancor prima nel 1493 quest’ultimo era da solo per l’ esecuzione del gigantesco affresco raffigurante il S. Cristoforo in facciata a S. Antonio Abate di Pelugo; sempre nella stessa chiesa, sulla parete meridionale, egli rappresentava in trenta stazioni la vita del Santo illustrandole nei modi tipici della miniatura. Forse, negli stessi anni si spostava a Pinzolo nella cimiteriale di S. Vigilio, per decorare sul lato meridionale esterno due lunette ad arco acuto e ancora per effigiare all’interno un San Cristoforo nella parete di destra (ora visibile solo il lacerto con la testa del Santo e il Bambino).

Il figlio di Simone I, Cristoforo II (doc. 1471-1520), padre del più famoso Simone II, fu della famiglia uno dei più attivi nella vallata. A questo pittore, talvolta liquidato con un giudizio sbrigativo e sommario va però il merito di aver saputo aggiornare lo stile tradizionale della bottega familiare apportando elementi formali e compositivi più sensibili alla rinascita delle arti nel nuovo secolo. Egli firmava e datava 1496 gli affreschi del presbiterio e dell’aula (ancora celati quest’ultimi dallo scialbo) nella chiesa di S. Felice a Bono, nel Bleggio Inferiore. L’innovazione più importante, applicata ad una scelta iconografica che restava molto tradizionale, era nelle cornici simili ad arabeschi che delimitavano le sezioni della volta, ispirate a modelli classicheggianti e svolte con estrema fluidità d’esecuzione. 
Di Cristoforo sono pure il ciclo delle Storie di S. Lorenzo, sulle pareti del presbiterio nell’omonima cappella a Condino, e il Cristo benedicente attorniato dagli Evangelisti nella volta, ricordato in una nota di pagamento al pittore del 1519. Sempre firmata e datata - 4 luglio 1500-  era la decorazione che ricopriva le vele del presbiterio della curaziale di Dorsino con al centro nuovamente Cristo benedicente e, nei quattro spicchi a coppie, gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa. Tra le opere a lui attribuite compaiono inoltre due importanti imprese pittoriche: nel presbiterio della chiesa di S. Antonio abate a Pelugo, con scene di argomento cristologico, e nella chiesa dei Santi Faustino e Giovita a Ragoli alcuni lacerti della decorazione in facciata nella volta. Altro tassello nella produzione di Cristoforo II è la decorazione della volta del presbiterio nella chiesetta di S. Rocco a Pergnano nei pressi di S. Lorenzo in Banale.

Simone II Baschenis
Il suo stile venne decisamente superato dall’intervento del figlio, Simone II Baschenis(doc. 1513-55), che fuse le diverse esperienze pittoriche dei familiari in un linguaggio unitario influenzato dalle conoscenze dirette con l’ ambiente del Rinascimento lombardo (il Foppa e Pietro da Cemmo). Egli adotta una soluzione di compromesso in cui accanto ad elementi decisamente nuovi, quali l’introduzione della visione prospettica e l’ uso di elementi architettonici dipinti rimane la componente narrativa e spettacolare tanto gradita alle popolazioni della zona. Forse il primo intervento fu a Tione nell’arcipretale dove oggi rimangono solo un frammento di Madonna col Bambino e altri lacerti d’ affresco, insufficienti per giudicare con certezza il suo stile giovanile. Suo è sicuramente il vasto programma decorativo nella chiesa di S. Stefano di Carisolo concluso nel 12 luglio 1519, che comprende le Storie della vita di S. Stefano, l’insolito tema del Trionfo della Morte, i sette Peccati capitali nella parete meridionale esterna.

Il 2 ottobre 1534, dopo ben quindici anni, egli dipingeva sullo stesso lato dell’edificio una Madonna in trono col Bambino e degli angeli musicanti e trascorso un anno affrescava un S. Cristoforo sul lato occidentale della stessa cappella. Un ulteriore intervento di Simone II, nuovamente nello stesso edificio, avveniva nel 1539 con la narrazione della leggenda di Carlo Magno e con la raffigurazione di S. Stefano tra i Santi Michele Arcangelo e Giacomo maggiore sopra la porta d’ ingresso databili a questo periodo per le numerose somiglianze con le Storie di S. Vigilio a Pinzolo. Attribuito a Simone II è pure il S. Cristoforo attorniato da sante, la Madonna in trono col Bambino e i Santi Giovanni Battista e Giobbe nella facciata della cappella di S. Giovanni in Massimeno.

Ma senza ombra di dubbio l’impresa pittorica maggiormente rappresentativa dell’artista è nella già nominata chiesa di S. Vigilio a Pinzolo. Nel 1539 Simone II ne decorava le pareti esterne eseguendovi il famoso Trionfo della Morte con la relativa Danza macabra, i sette Peccati capitali e la Resurrezione di Cristo; ancora più ricco era il programma decorativo all’interno nel presbiterio apparivano le storie di S. Vigilio, Cristo in croce attorniato dall’Addolorata, S. Giovanni, le pie donne, gli Apostoli, S. Vigilio in trono, Cristo pantocratore con i Dottori della Chiesa e gli Evangelisti; infine nello spessore dell’arco santo i busti dei personaggi dell’antico Testamento. Altre figure di Santi comparivano gli anni seguenti in diverse parti della navata, attribuibili però all’intervento di pittori seguaci dello stile di Simone.

Nelle pause che il fitto programma dei lavori a Pinzolo gli lasciava, Simone II eseguiva gli affreschi ormai quasi illeggibili di S. Valentino a Vigo Rendena, decoranti il presbiterio con i tradizionali temi della vita del Santo. L’anno successivo, il 16 giugno 1540, firmava gli affreschi di S. Antonio di Mavignola con Antonio abate effigiato in trono fra Sebastiano e Rocco nella sezione triangolare del timpano; sempre in facciata, nel registro sottostante dipingeva i sei Santi Stefano, Bartolomeo, Lorenzo (?), Valentino, Vigilio, Giovanni Battista e nella lunetta sopra l’ ingresso la Deposizione di Cristo; risaliva alla stessa epoca pure la decorazione interna con la Madonna in trono col Bambino, i Santi Antonio e Barbara, e la decorazione della volta. Infine, nel 1543, la Crocefissione della parrocchiale di Javrè frazione di Villa Rendena ed altri riquadri affrescati che segnavano il passaggio a una pittura dalle scene più ampie e dilatate vicine ai modi tipici del Manierismo. Questo dipinto comunque segnava il termine ultimo degli interventi dei Baschenis nelle Giudicarie.

Un altro piccolo gruppo di opere attribuite a Simone II sono da vedere negli affreschi di S. Vigilio a Spiazzo con le Storie di Maria e Stefano, altre figure di Sante, il Padre Eterno e Cristo Pantocratore, decorazione che in origine doveva estendersi a tutta la navata ma ora notevolmente compromessa dagli interventi di restauro eseguiti da Agostino Aldi e Francesco Valentini nel 1905. Da ultima la parrocchiale di Giustino dove, prima della distruzione del presbiterio del 1866, compariva un vasto programma decorativo databile al 1530, con le Storie della vita di S. Lucia, Cristo Redentore fra i Dottori e gli Evangelisti e di cui sono visibili solo piccoli frammenti.
Maria Ballin

Opere dei Baschenis nelle Giudicarie