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Le notizie sull'antico popolamento delle Valli Giudicarie  possono trovare positivi dati di riscontro nelle importanti scoperte acquisite attraverso gli scavi sistematici condotti sul finire dello scorso secolo nelle Giudicarie Esteriori. 

Il popolamento delle Valli Giudicarie prima della Storia

Premesso che le notizie sull’antico popolamento delle Valli Giudicarie, per l’addietro assai lacunose, possono ora trovare positivi dati di riscontro nelle importanti scoperte acquisite attraverso gli scavi sistematici condotti sul finire del secolo scorso nelle Giudicarie Esteriori, è da ricordare che la presenza umana nelle Alpi meridionali è seguita al ritiro dei ghiacciai. In regione, le prime testimonianze al riguardo sono infatti, quelle portate da gruppi del Tardopaleolitico e Mesolitico presenti tra l’11°-8° millennio a.C. nelle vicinanze del lago di Terlago, a Romagnano in Valdadige e, più a Nord, al lago di Andalo. Le documentazioni più frequenti, però, sono quelle lasciate dai cacciatori del Mesolitico presenti con bivacchi presso i valichi di alta quota in occasione del passo della selvaggina. Tracce in tal senso, pressoché affioranti in tutta la regione, sono forse presenti anche lungo la sponda occidentale della Carera.
Nelle prime fasi del successivo lungo ciclo del Neolitico - l'Antica e la Media, 6°-4° millennio a.C. - sono fiorenti abitati permanenti lungo tutta la Valdadige, ma non, a quanto sembra, nelle valli Giudicarie. E’ infatti nel Tardoneolitico-Eneolitico - III millennio a.C. - che si registra a Fiavé la presenza di un primo insediamento umano -il Fiavé 1° - che, diversamente dagli altri gruppi coevi presenti in regione con abitato su altura, va ad occupare la sponda dell’isoletta della Carera. Questo insediamento, sinora isolato, sembra trovare un parallelo nelle recenti tracce affiorate sui dossi di Storo. La sua fine, comunque, non lascia alcun seguito.

Nel successivo momento preistorico del Calcolitico recente (primi secoli del III millennio a.C.) Fiavé viene interessato, ma solo marginalmente, al vasto e complesso movimento culturale che percorre la fascia prealpina, da Serso, alla Valle del Sarca, sino al territorio del basso Chiese, nel versante benacense, portando con sé varie espressioni attinte da correnti medioeuropee che si fondono con quelle locali.
Con la fine del 2° millennio a.C. lungo la fascia pedemontana si afferma la “cultura Polada”, emblematica della Antica Età del Bronzo dell’Italia settentrionale. Essa ha il suo centro formativo e propulsivo fra le ondulazioni dell’anfiteatro morenico del Basso Garda (ne sono rappresentative le stazioni di Lavagnone e Polada). Nella sua espansione dà origine all’imponente insediamento umano sulla sponda orientale del lago di Ledro che attualmente ne rappresenta il limite settentrionale (non sembra infatti trovare sedi stabili nelle Giudicarie e, nemmeno a Fiavé, a meno che ulteriori scoperte non apportino in proposito elementi nuovi).

Nella fase avanzata della Antica Età del Bronzo - 17° secolo a.C. - alla Carera di Fiavé si insedia un nuovo gruppo umano - identificabile nel Fiavé 3° -, dotato di notevole esperienza carpentieristica, il quale erige quell’imponente, suggestivo abitato palafitticolo i cui resti sono stati posti in luce nella insenatura meridionale dell’omonimo lago. Il Fiavé 3°, economicamente autosufficiente, gode di un certo benessere e vigore che si esprime in un proprio, definito aspetto culturale che è indice appunto della notevole vitalità della comunità palafitticola della Carera. Esso, con il proprio aspetto culturale, coinvolge anche Ledro che ne ripete parecchie espressioni. Non è però ancora chiarito quali siano i reali rapporti correnti fra le due stazioni. Comunque, è da notare che la cultura espressa dal Fiavé 3°,estesa a Ledro ed anche ad altri siti del trentino meridionale, porta alla chiusura della Antica Età del Bronzo. Poiché il Fiavé 3°mostra di essere parallelo a coevi gruppi dell’arco sud orientale del Basso Garda, non è detto che non potesse forse intrattenere contatti ed interscambi, anche con gli stessi, sia pure nel rispetto delle rispettive identità.

Su questo substrato, nel periodo compreso fra il 16°-14° secolo a.C., si forma e si sviluppa la nuova cultura della Media Età del Bronzo. Nelle sue prime due fasi - il Fiavé 4°e il Fiavé 5° - il gruppo umano cui sopra è stato accennato si sviluppa sempre nello stesso abitato palafitticolo, con nuove espressioni culturali che lo contraddistinguono nei confronti della Media Età del Bronzo del versante meridionale delle Alpi. Proprio in questo periodo Fiavé, con Ledro ed altri siti del Trentino, è compartecipe -quale fattore attivo - del vasto movimento culturale del ciclo della Media Età del Bronzo Sudalpino che ha il fulcro nel bacino del Sarca e Garda, con il quale sono ad esempio comuni le caratteristiche tazze carenate in fine ceramica nera.

Il ciclo della Media Età del Bronzo Sudalpino nella sua fase avanzata - 14°-13° secolo a.C. - registra la maggiore espansione territoriale e nelle Giudicarie trova una dellepiù significative testimonianze. Anzitutto il singolare abitato unitario del Fiavé 6° - esempio di notevoli cognizioni e capacità tecniche nelle costruzioni in legno - è il solo del genere per quanto riguarda le Alpi. Esso coincide con uno dei momenti più floridi nel contesto del popolamento umano della Carera e della valle ed è in tal senso il prodotto di una comunità compatta, di particolare livello socio economico come documenta la ricchezza delle suppellettili, indice appunto di un certo benessere e prestigio. A questa prima testimonianza corrisponde quella altrettanto significativa rappresentata dal coevo Tumulo di Stenico Calferi. Esso pure è il segno di una comunità unitaria, solida, con ricco patrimonio spirituale che si esprime nei complessi rituali che accompagnano il culto dei morti.

Dopo il Fiavé 6° e l’abbandono del Tumulo di Stenico, concluso il ciclo della Media Età del Bronzo, si registra un momento di vuoto e di assestamento al quale subentra la Recente Età del Bronzo di aspetto regionale.
Il Bronzo Recente Trentino - 13°-12° secolo a.C. - si afferma nelle Giudicarie con il Fiavé 7° che è contraddistinto da un proprio particolare aspetto culturale e da un originale modello insediativo. Quest’ultimo, costituito dall’abitato preordinato a schiera sul dosso e connesso ad una poderosa opera a massicciata realizzata lungo la sponda del lago, non poteva che essere il prodotto di un notevole sforzo unitario del gruppo umano allora insediato a Fiavé (appunto il Fiavé 7°) e l’indice della forza autonoma che lo contraddistingueva. Anche questo forte gruppo del Bronzo Recente trova tuttavia una fine violenta e non lascia seguito alcuno posto che la presenza umana stabile nel sito lacustre di Fiavé viene a cadere definitivamente.

Con i momenti finali della Età del Bronzo e la crescita dell’Età del Ferro - 12°-9° secolo a.C. - nelle Giudicarie Esteriori si instaurano due realtà nuove che si sviluppano lungo tutto l’arco del I millennio a.C., sino alla romanizzazione, e che rappresentano un significativo dato di riscontro per la protostoria della regione.
Una, è rappresentata dal notevole luogo di culto dei Calféri di Stenico, fra i maggiori della regione, la cui assidua frequentazione - da parte dell’intera popolazione delle Giudicarie - è documentata per tutto il I millennio a.C., dall’11° al 1° secolo a.C., come testimoniano i molti oggetti in bronzo (spilloni, fibule ad arco semplice comuni all’ambiente sudalpino dell’11° - 9° secolo a.C.) gettati quale offerta nelle ceneri fumanti dei roghi unitamente a manufatti ceramici (nella prima metà del millennio - 5°-1° a.C. - il luogo di culto registra invece l’uniforme offerta dei caratteristici boccali del luogo, - ma anche della fascia pedemontana - ridotti in minuti frammenti) e ciò fino alla conclusione della sua funzione sacrale, con l’avvento della romanizzazione che nel corso del 1° secolo a.C. risale dalla pianura lombarda.

L’altra realtà, parallela ai Calferi ma di genere diverso, è costituita dall’insediamento umano permanente con abitato eretto lungo il pendio della Pozzata di Vigo Lomaso, in successione continua dal 10°-9° al 1° secolo a.C., ma che persiste nel grosso centro edificiale romano.

L’abitato protostorico è sempre su terrazzi secondo la tradizione locale del Bronzo Recente e Tardo, ma la qualità dei reperti delle prime presenze - secoli 10°-9°- sembrano prospettare un punto di raccordo fra la piana lombarda e la Valdadige. La fase successiva - 8°-6° secolo a.C. - accentuerebbe invece la caratterizzazione culturale in senso regionale. Nei secoli 5°-1° a.C., contemporaneamente a Stenico, il Lomaso costituirebbe uno dei siti “del gruppo retico”, emblematicamente rappresentato dal Boccale “tipo Stenico”.

A partire dal 1° secolo a.C. l’affermazione della civiltà romana, con caposaldo a Vigo Lomaso ma estesa con sedi stabili alle Giudicarie, porta un deciso mutamento nel popolamento e nella storia della valle.

   
Fiavé Carera: gli insediamenti palafitticoli di Fiavé

Gli abitati preistorici

Il primo e più antico abitato sinora documentato alla Carera -e perciò contraddistinto come Fiavé 1° e che ha cointeressato gli orizzonti culturali Fiavé 1° e 2° - risale alla metà del terzo millennio a.C., con il lago ancora in ampia estensione, ed è opera di un particolare gruppo umano del Tardoneolitico, parallelo a quelli che nello stesso periodo sono presenti in Valdadige e Valle di Non.

L’abitato del Tardoneolitico Fiavé 1° è stato eretto sulla piccola isoletta della Carera, prossima alla sponda meridionale del lago, sviluppandosi sui ripiani del suolo emergente e quindi estendendosi all’originale ampliamento su terrapieni lignei lungo la linea di sponda. I terrapieni sono stati realizzati su una base ancorata, costruita mediante lunghi tronchi di conifere posti ad intervalli costanti sulle crete bianche ed il pietrame del gradiente della sponda; sopra questi tronchi ne sono poi stati sistemati degli altri, lunghi, in senso trasversale al fine di ottenere un reticolo. Su queste solide basi a reticolo è stato quindi creato un riempimento con la ramaglia delle piante usate per la base ed altri tronchi e cespugli di lontano cresciuti nella vicina sponda. Infine, il tutto è stato ricoperto da pietrame e ghiaie sino ad ottenere un piano raccordato al suolo interno.

Per ora è il solo esempio di insediamento Tardoneolitico delle Prealpi meridionali con abitato fisso in sito umido, diversamente da quelli coevi delle valli di transito sorti invece su altura scoscesa. Il gruppo umano delFiavé 1° non è rimasto a lungo sull’isoletta; è infatti scomparso senza una ragione precisa e senza alcun seguito. Si deve arrivare al 21° secolo a.C. per notare, nella Carera, la presenza, sia pure fugace, di un secondo gruppo che non sembra però disporre di un abitato proprio.

Nei secoli 20° e 18° a.C., durante la prima Antica Età del Bronzo - quando nella vicina valle di Ledro era fiorente il grande abitato lacustre - il bacino dell’antico lago della Carera di Fiavé registra la totale assenza di una presenza umana. Allo stato attuale delle conoscenze tale fatto non sembra poter trovare alcuna spiegazione plausibile. Dopo questo lungo periodo di vuoto, nel 17° secolo a.C. appare un nuovo insediamento umano stabile - il Fiavé 3°, collocabile nella Antica Età del Bronzo Avanzato e che culturalmente si è sviluppato negli orizzonti Fiavé 3°-4°-5° - costituito da quel nuovo, compatto e vigoroso gruppo umano che ha dato origine all’imponente abitato palafitticolo entro le acque non tanto profonde della insenatura meridionale del lago. Quanto vi è stato portato alla luce - cioè l’imponente massa dei pali con gli spessi accumuli di rifiuti ammassatisi fra i pali stessi ai piedi dell’abitato - costituisce un primo concreto ed originale esempio di abitato palafitticolo in specchio d’acqua su pali isolati senza controventatura e portanti per frizione, che è pertanto, in tal senso, un dato di riferimento significativo.

Per la sua erezione è stato usato un grande numero di pali (oltre ottocento in quattrocento metri quadrati), ottenuti più che altro da tronchi di abete (Picea) ma anche pino e larice provenienti dai boschi che fiancheggiavano il lago; essi sono stati sramati ed in parecchi casi ne è stato tolto l’alburno per aumentarne la resistenza e la difesa dagli insetti; quelli grossi di larice, a volte, sono stati fessurati in longitudine - a due metà o tre quarti - per aumentare così il numero dei pali disponibili per l’impianto.

I pali sono stati piantati in profondità nei limi e nelle crete del fondo lacustre (fino a quasi cinque metri) e si elevano in maniera omogenea fra i tre-quattro metri; la maggior parte di quelli lunghi ha la zona superiore conica, per la corrosione di vari agenti atmosferici e dalla vegetazione che hanno agito nell’ampio arco di tempo in cui essi sono rimasti allo scoperto. Taluni, però, conservano ancora la testata originale con una insellatura incavata con l’ascia; qualche altro, invece, un profondo incavo ad incastro. Nelle selle e negli incavi della testata erano collocati e fissati travi o longheroni che formavano le maglie del solaio, successivamente rifinito con tavole, tronchetti e frasche, sul quale era posto anche il focolare, piatto, costituito da uno spesso, compatto, strato isolante composto da un impasto di ghiaia ed argilla. Il robusto solaio, sostenuto dai pali, formava il piano di calpestio della abitazione, protetta da pareti e coperture costruite con frasche ed erbe palustri.

Il metodo costruttivo della palafitta, con robuste costruzioni a solaio elevato su pali isolati portanti per frizione, era il più consono alla natura del sito della insenatura del lago, con fondo plastico. La sua funzionalità e razionalità è confermata dalla lunga durata della palafitta, occupata da più generazioni per circa trecento anni durante i quali è stata utilizzata anche da nuovi arrivati i quali vi hanno eseguito opere di riassetto, di consolidamento ed anche ampliamenti.

L’area scavata è ancora poca per conoscere il numero delle abitazioni e degli occupanti. Stando agli accumuli di rifiuto a caduta elevatisi sul fondo ai lati dei solai dai quali sono stati gettati è comunque da credere che le abitazioni fossero a modulo unifamiliare, isolato.

Nel 14° secolo a.C. l’imponente abitato palafitticolo interessante l’insenatura del lago è stato abbandonato in maniera totale per cause ancora sconosciute. Però, contemporaneamente, lo stesso gruppo umano che lo ha occupato -collocabile nella Media Età del Bronzo-, potenziato da nuovi arrivi, ne ha costruito uno nuovo tecnicamente più avanzato. Questo nuovo abitato - il Fiavé 6° - è stato eretto sul suolo dell’isoletta dove mille anni addietro si erano insediati i primi abitatori della zona. Esso è un esempio originale di centro residenziale unitario e pianificato, il solo del genere nelle Alpi Meridionali. Formava infatti un unico complesso con moduli abitativi omogenei, predisposti a schiera sul suolo emergente dell’isoletta sul quale convergeva la fascia dell’ampliamento eretto sullo specchio d’acqua, lungo la sponda dell’isoletta stessa. Tutto il complesso era isolato dal lago, a mezzo di una solida palizzata compatta che disegnava un ampio arco ad andamento ellissoidale.

Nel contesto di questa particolare struttura unitaria le abitazioni interne sulla terraferma sono state costruite su un robusto reticolo di base fatto con tronchi quadrati sul quale poggiava il pavimento ed il focolare isolato tutt’attorno da un impasto in ghiaia ed argilla. Le pareti e le coperture erano sostenute da pali collocati in buche aperte nei depositi vegetali e nelle ghiaie dell’isoletta e quindi rimbalzati con pietre per garantirne la stabilità. L’ampliamento esteso sullo specchio d’acqua era invece del tipo strutturale a palafitta su fondazione a platea reticolata, particolarmente adatto allo stato acquitrinoso della sponda dell’isoletta.

La platea reticolata consisteva in longheroni sui quali poggiavano coppie di travi parallele disposte in senso trasversale a distanze uguali; fra tali travi erano stati piantati, a schiera regolare, pali a plinto con spezzone inserito a croce che poggiava in senso trasversale diritto sulla coppia delle travi rovesce; i pali, a loro volta, sostenevano l’impianto ligneo con la struttura elevata della abitazione. In tal modo, fondazioni ed impalcati e pali formavano un unica ingabbiatura.

Con questo geniale metodo costruttivo il carico della abitazione veniva distribuito in maniera uniformemente omogenea su tutta la platea e ciò ne impediva lo sprofondamento e qualsiasi oscillazione. Inoltre, la platea con i pali a plinto che reggevano l’impalcata formava un unica ingabbiatura che garantiva stabilità a tutto l’abitato. Stando a quanto è stato sinora portato alla luce - un terzo circa della grande costruzione gravitante sull’isoletta - è da presumere che l’intero abitato fosse formato da circa ventiquattro moduli abitativi unifamigliari e potesse dare alloggio a centoventi abitanti.

Nell’autunno del 13° secolo a.C. - per ragioni sconosciute - questo potente complesso abitativo del Fiavé 6° è stato totalmente distrutto da un violento incendio che ne ha disperso anche la popolazione, non più tornata sul posto. Trascorso un certo numero di anni la Carera ha comunque visto insediarsi un ulteriore gruppo umano estraneo a quello che lo aveva preceduto in questo stesso sito. Esso ha dato vita ad un nuovo, originale ed unitario complesso insediativo - il Fiavé 7°, unico esempio del genere nelle Alpi - composto da un nucleo abitativo sul dosso e da una propaggine nell’area operativa sull’isoletta.

L’abitato consisteva in una serie di costruzioni lignee a modulo costante, ordinate a schiera su terrazzi gradonati ricavati lungo il pendio del dosso, ed in una estensione all’ampia area operativa ricavata sul suolo compatto dell’isoletta, delimitata lungo l’arco della sponda da una poderosa opera a massicciata, larga mediamente sei metri. Per la costruzione di tale massicciata è stata predisposta una robusta base a reticolo di tronchi e rami stesa sui resti del precedente abitato del Fiavé 6° e poi coperta da un regolare strato di pietre portate a mano sino all’isoletta. Resta misterioso il motivo per il quale è stata costruita questa imponente opera che ha evidentemente richiesto un notevole sforzo collettivo.

Dopo una vita non lunga (forse limitata ad una generazione) anche questo insediamento è però scomparso - nel 13°-12° a.C. - dopo che un incendio aveva distrutto l’abitato sul dosso. Questo fatto ha segnato la totale scomparsa degli insediamenti umani nel sito della Carera.

La vita a Fiavé

Il modo di vivere degli antichi abitatori del lago della Carera di Fiavé è testimoniato, in maniera estesa, dagli spessi accumuli di rifiuti, con resti di pasto e suppellettili di vario genere, ammassatisi ai piedi dell’abitato. La grande quantità di tali reperti dimostra che le popolazioni palafitticole godevano di una certa autosufficienza garantita da un’economia mista basata sull’ allevamento e l’agricoltura, oltre che dal fatto di possedere un buon livello tecnico che le consentiva di predisporre l’occorrente per il lavoro e la costruzione dell’abitato, come peraltro è sempre stato nelle comunità delle valli alpine.

L’attività agricola poteva contare sullo sfruttamento dei fertili terreni dell’ampio terrazzo morenico sul lato Nord del lago. Vi si coltivavano frumento, orzo, miglio, piselli ed erbe commestibili. Era pure curata la raccolta dei frutti selvatici, fra i quali anche mele, pere e, soprattutto, bacche di corniolo e nocciole delle quali si faceva largo uso. Nel lavoro dei campi erano usati attrezzi in legno - sarchi, tracciasolchi ma anche l’aratro - preparati in loco usufruendo di rami di legno duro. Per la mietitura si adoperava l’ingegnoso falcetto a mandibola con scheletro in legno nel quale era inserito il tagliente consistente in affilate lame di selce fissate con mastice resinoso. Benché fosse pesante, la manovrabilità dell’attrezzo era garantita dalla impugnatura a modellatura anatomica. Per la raccolta erano utilizzati cesti in vimini costruiti secondo l’identico metodo di oggi.

L’allevamento è documentato da alcune migliaia di resti di ossa animali, riferiti a capre, pecore, mucche e maiali. Per l’allevamento dei grossi mammiferi che potevano godere dei ricchi pascoli della valle era previsto anche l’insilamento del foraggio. I resti delle ossa testimoniano che l’abbattimento dei capi di bestiame era programmato in modo da garantire un buon approvvigionamento di carni, di risparmiare le coppie buone per la riproduzione e di ridurre il fabbisogno di foraggio per i lunghi mesi invernali.

Contrariamente a quanto è comunemente creduto, la caccia era piuttosto trascurata, sebbene si conoscesse l’arco e le frecce fossero preparate con notevole abilità.

Come è stato ricordato, l’attrezzatura da lavoro e le suppellettili particolarmente elaborate, erano in legno e prodotte da abili intagliatori del luogo. Essi sapevano scegliere nella pianta la parte particolarmente adatta a ricavarne l’oggetto voluto, Il lavoro era eseguito con l’ascia ed il pugnale di bronzo azionati con sorprendente maestria. Lo ricordano i vari, pregevoli oggetti in legno, di originale fattura, preservati dall’acqua del lago e dalla torba che li hanno inglobati per lunghissimo tempo. Anche i pochi ma preziosi oggetti in bronzo sono stati elaborati sul posto, quasi sicuramente, però, da bronzisti ambulanti che si recavano nei maggiori abitati nei quali lasciavano gli attrezzi in terracotta non più usufruibili.

A Fiavé era praticata anche la concia vegetale delle pelli, per la quale erano usati pesanti orci di terracotta e ghiande. All’interno dell’abitato, venivano praticate la filatura e la tessitura per preparare l’occorrente per il vestiario.

La vita non è stata ovviamente sempre uguale, posto che si sono registrati periodi di maggiore o minore vitalità e benessere, sempre comunque connessi alla più o meno intensa compattezza e vivacità dei vari gruppi umani che hanno interessato gli insediamenti di Fiavé.

Renato Perini

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