Ti trovi in:

Home » Il territorio » Storia e geografia » Storia » Il Principato Vescovile di Trento

Menu di navigazione

Il territorio

Il Principato Vescovile di Trento

Immagine decorativa

Il fatto di maggior rilevanza storica e sociale in assoluto per le Giudicarie è da considerarsi, nel 1027, l'istituzione, nell'ambito del Sacro Romano Impero di Germania, del Principato vescovile di Trento in seguito ad una donazione di Corrado il Salico. 

Comincia, per il Trentino, quella lunga serie di secoli di autonomia (6) che terminerà, dopo circa ottocento anni, nel 1803: un periodo non sempre di pace e di concordia, sia interna che esterna, ma la cui durata ha inciso in maniera più che determinante sulla mentalità e sulla formazione civica di numerose generazioni di Trentini, poiché si è trattato di un dominio e di un'organizzazione politico-amministrativa che hanno potuto esistere ed operare quasi del tutto indisturbati dalle pur determinanti vicende europee.

I fondamenti di tanto potere sono così riassunti da Armando Costa: «Il Principato. Il favore dimostrato dalla politica degli imperatori per i vescovi, al fine di eliminare i pericoli dell'ereditarietà dei grandi feudi laici, e la necessità per gli imperatori e re di Germania di sapere in mani fidate le difficili vie alpine verso l'Italia, concorsero al principio del secolo XI (1004 e 1027) alla formazione del Principato vescovile di Trento (già sede di ducato longobardo e poi di marca carolingia, ma staccato insieme con Verona, il 7 agosto 952, dal Regno d'Italia e unito a quello di Germania).

Con la costituzione del “Comitato Tridentino” il vescovo di Trento ebbe, allora, tutte le prerogative che avevano goduto ed esercitato a titolo di feudo duchi, conti e marchesi, con il diritto di alta e bassa giurisdizione, di convocare diete locali, di riscuotere tributi e di imporre sanzioni pecuniarie, con la piena immunità ed esenzione da parte di altri feudatari. Certi poteri dei vescovi furono definiti con diplomi imperiali successivi. Il vescovo riceveva l'investitura delle “regalie” dall'imperatore, prestava a lui giuramento di fedeltà, e, come principe del Sacro Romano Impero, aveva il diritto di partecipare alle diete imperiali. Il vescovo concedeva investiture ai vassalli verso prestazione del giuramento di fedeltà o di determinati oneri (furono date in feudo anche certe giurisdizioni del territorio), nominava i funzionari centrali e periferici, confermava gli statuti delle città e delle comunità minori, e in genere esercitava tutti i poteri o direttamente o mediamente».

Su queste premesse, pur senza indagare analiticamente su quanto avvenuto e vissuto in quegli otto secoli, è intuibile come sia impossibile parlare adeguatamente, oggi, sia di Trentino che, soprattutto, di Trentini, senza conoscere a fondo quanto è stato fatto e costruito in quel così lungo periodo. Restano determinanti ed insostituibili tutti i possibili riferimenti a quella sequenza storica che rende il Trentino (con l'Alto Adige, già principato vescovile di Bressanone) sostanzialmente diverso da qualsiasi altra regione italiana od europea.

Significativo il commento del Poletti nelle righe che dedica all'istituzione del Principato: «Per la gente non cambiò proprio nulla. La stragrande maggioranza della popolazione neppure si accorse della nuova istituzione. Per oltre 800 anni essa avrà, tuttavia, nel vescovo un riferimento dal duplice volto: vedrà in lui il pastore spirituale ed al tempo stesso il signore temporale. Potere politico e religioso rimasero confusi nella stessa persona. Sacro e profano, spirituale e terreno, s'intrecciarono fino al punto che sulla figura religiosa prevalse spesso la seconda, quella di natura politico-terrena. Da allora, parlando del vescovo, i nostri antenati pensarono prima di tutto a chi dettava e confermava le leggi del vivere civile (statuti), pronunciava sentenze, imponeva e riscuoteva tasse e tributi».

*

La progressiva organizzazione del Principato si sviluppa su tutto il territorio, attraverso una rete di centri dislocati di potere, fra i quali, per tutte le Giudicarie, si impone il castello di Sténico, che diverrà l'obbligato punto di riferimento sia in campo penale, che civile ed amministrativo. Una lunga storia rimasta documentata in un'infinità di documenti, purtroppo ancor oggi assai lontani dalla conoscenza della maggior parte dei cittadini: eppure ci sarebbero tante cose da conoscere e, soprattutto, da imparare, tanto che la già citata Silvia Marchiori Scalfi scriveva: «Da allora [1027] e per otto secoli le Giudicarie faranno parte del Principato vescovile: in quella lunghissima convivenza, a volte pacifica, a volte turbolenta, si devono cercare le radici della nostra identità. E' il lunghissimo periodo dell'autonomia, nel quale il rapporto sovranità-sudditanza è attivo e nasce dai contrastanti interessi delle due parti, per fissarsi in schemi stabili ed equilibrati. In altre parole: in quel periodo il Giudicariese fa la sua storia e non la subisce. Deriva da ciò la debole presenza feudale nella zona, caratterizzata altrove da cariche pubbliche ereditarie e per investitura, qui ignote. I Giudicariesi si liberano presto dalla mediazione dei nobili. I loro rapporti con essi furono solo privati. Unica eccezione la casa Lodron che riuscì a mantenere la sua giurisdizione sulla parte meridionale della Pieve di Condino».

Al di là di date e nomi che storicamente hanno caratterizzato quel periodo, preferisco i commenti - che condivido - della stessa Silvia Marchiori Scalfi: «Nella lotta tra Comunità e signori locali sono questi ultimi a soccombere ed abbiamo così, in piena epoca feudale, il fenomeno opposto di uno Stato, chiamiamolo protomoderno, caratterizzato da una larga autonomia interna, nel quale la classe politica è costituita da funzionari a tempo determinato e non ereditari. Le libertà locali si concretizzano nel tempo, sia attraverso i patti fra i vescovi e le comunità - chiamati Privilegi -, sia per mezzo degli Statuti comunali, fondati liberamente dai capifamiglia riuniti in pubblica Regola e confermati dal principe vescovo».

Relativamente ai primi secoli del Principato, anche il gruppo Spes osserva che «nel XIII secolo noi Giudicariesi eravamo il risultato di tutti e tre i popoli messi insieme [Galli, Romani, Longobardi] e di quelli che li avevano preceduti nella Preistoria (…). Pensiamo che la maggior parte delle Comunità rurali giudicariesi, che riemergono prepotentemente nei documenti del XIII secolo, continuino quelle indigene prelongobarde: sono le comunità dei rustici contrapposte ai milites di discendenza germanica e, in ultima analisi, le une e gli altri sono gli estremi del dilemma sociale “libertà e autonomia”, mai risolto o mal risolto».

E' questo il periodo degli Statuti, nei quali ancor oggi si possono (e si devono) trovare fondamentali motivazioni di vita sociale e di convivenza civile. Strumenti giuridici che sancivano come «l'amministrazione dei beni comunali si basasse sulla consuetudine e sull'autogoverno. Strumento essenziale e insostituibile dell'autogoverno era l'assemblea generale dei vicini detentrice di ogni facoltà decisionale». (7)

Una situazione che durò secoli e secoli, senza grandi scossoni politici d'ordine interno ed esterno, durante i quali i nostri avi - pur tra enormi difficoltà e non pochi contrasti e lotte (comprensibili in qualsiasi contesto umano) - elaborarono e costruirono quella mentalità, quell'essere figli di questa terra che ancor oggi troviamo in noi stessi e nelle nostre singole - ed a volte pur apparentemente diverse - comunità locali. Essere capaci di sondare con attenzione seria, oggettiva e critica (nel positivo e nel negativo) quanto vissuto e costruito - in amministrazione ed in usi e costumi - attraverso l'osservanza, seria, consapevole, severa e responsabile degli Ordinamenti, Statuti, Ordini, Regole e Poste, vorrebbe dire riuscire a risolvere, in modo sufficientemente adeguato e rispondente, non pochi dei molti problemi che ancora gravano sulla società trentina nell'appena iniziato terzo Millennio. Fortunatamente molte Comunità sono riuscite a vedere stampati in forma moderna i propri Statuti: peccato che non siano diffusi quanto meriterebbero, e che, purtroppo, rimangano o non letti o non adeguatamente studiati e resi attuali attraverso possibili ed opportuni incontri periodici pubblici in ogni singola comunità.

(6) Autonomia spesso più formale che vera
(7) La “confirmatio” del Principe Vescovo non faceva però che sancire suoi diritti nella vita comunitaria della Vicinia