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Il territorio

Il Cristianesimo

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Nell'impostazione della prima fase storica delle Giudicarie, le note più ricorrenti, dopo quelle relative alla dominazione dei Romani, sono senza dubbio le considerazioni sulla penetrazione del Cristianesimo nelle nostre vallate, di cui si sa piuttosto poco, anche se se ne parla molto.

Beppino Agostini - nel suo Appunti per la storia dell'antica Pieve di Lomaso - fa varie ipotesi, legando la cristianizzazione delle Giudicarie alle Chiese di Verona e di Brescia, dalle quali soltanto è presumibile avanzare l'ipotesi dell'invio di missionari a nord, nel cuore delle Alpi. Ciò premesso, scrive: «Ammesso che gli evangelizzatori provenissero da Brescia, si può ritenere che un lavoro di diffusione organizzata non poté avvenire prima dell'inizio del secolo IV, in quanto la cristianizzazione piuttosto tarda dell'alta Italia richiedeva un certo periodo di assestamento e di consolidamento dei centri maggiori». Tuttavia, prosegue: «Non si deve ignorare una penetrazione precedente, anche se più modesta: quella affidata consciamente o no alla voce popolare (mercanti, uomini d'affari, soldati, zelanti credenti); una diffusione frammentaria, occasionale, che non mancherà di predisporre gradualmente la gente del luogo ad ascoltare la successiva predicazione organizzata».

Circa la presenza del vescovo martire San Vigilio - così strettamente legato alle Giudicarie per il presunto martirio a Spiazzo in Val Rendena - lo stesso autore commenta: «L'opera di Vigilio è dunque da escludere nella zona giudicariese? Se la si esclude per la prima evangelizzazione, i dati storici la evidenziano per il consolidamento e la maggior diffusione. Vigilio non operò nel Trentino prima del 400, quando cioè le chiese di Brescia e di Verona erano già operanti da oltre un secolo». Storicamente il martirio del vescovo Vigilio viene datato nel 405.

Quindi, in quei primi secoli d.C., si ha «una diffusione del Cristianesimo frammentaria ed occasionale, che non mancherà di predisporre gradualmente la gente del luogo ad ascoltare la successiva predicazione organizzata», tanto è vero che «le prime disposizioni ecclesiastiche che accennano ad una suddivisione delle diocesi in sottostrutture organizzate risalgono alla fine del secolo V».

«La cristianizzazione - continua l'Agostini - fu fin dal principio fenomeno di massa (…); pertanto il termine plebs [pieve] veniva ad assumere il significato ampio di un programma, di un modo di essere e di agire; plebs era la comunità, ma anche il luogo ove essa si radunava». Indubbiamente questa nuova forma di aggregazione sociale presupponeva un preesistente organo comunitario (il vicus romano), per cui nel formarsi delle nuove istituzioni non potevano mancare elementi sociali ereditati dai Romani e successivamente influenzati dalle popolazioni dette barbare.

Pertanto si può dedurre che questa «tipica istituzione religiosa [la Pieve] altomedioevale che tanto influsso ebbe sullo sviluppo sociale e politico della popolazione» (Agostini), sia stata introdotta nel territorio giudicariese durante la seconda metà del secondo Millennio d.C. attraverso le ben note sette Pievi: tre nelle Giudicarie Esteriori (Banale, Bléggio e Lomaso) e quattro nelle Giudicarie Interiori (Rendena, Tione, Bono e Condino).

Ne consegue che lo studio sulla Pieve e sulla sua funzione religiosa e sociale insieme, diventa per le popolazioni giudicariesi di primaria importanza, poiché la sua tipica organizzazione, e soprattutto lo spirito e gli ideali che l'animavano, hanno influito in maniera determinante sull'assetto sociale delle nostre Comunità, non solo nel primo impatto con le invasioni barbariche, ma anche sino agli ultimi secoli del secondo Millennio d.C. In proposito il Bianchini così sinteticamente riassume la caratterizzante istituzione: «Se, in un primo momento, all'epoca della conquista romana, nelle Giudicarie, come altrove, il nucleo abitativo e residenziale d'origine fu il vicus o villaggio, in seguito si andarono via via sviluppando le cosiddette vicinie, cioè piccole comunità a carattere agricolo-pastorale che raggruppavano i loro abitanti detti vicini, appunto, attorno ad interessi comuni.

Agli albori del secondo Millennio queste comunità si presentano già coagulate dal punto di vista amministrativo attorno ad alcuni centri principali, cui fanno corona numerose comunità periferiche chiamate ville. Tali complessi di comunità sono le Pievi: circoscrizioni spesso assai estese nel territorio che avevano il possesso dei beni naturali della zona. A capo di ciascuna di esse stava il pievano, vero e proprio signore nel campo ecclesiastico, investito da vescovo di autorità su di un certo territorio con diritti e privilegi ben precisi. Egli riscuoteva le decime sulle rendite e sui raccolti dell'intera popolazione del suo territorio. A lui spettava anche il diritto i battezzare i neonati (2) all'interno della sua vasta circoscrizione di competenza. Si sa, infatti, che per molti secoli la chiesa madre della Pieve fu anche l'unica alla quale confluivano i fedeli dalle varie ville per quanto lontane, (3) per assistere alle funzioni liturgiche: battesimi, matrimoni ed ogni altro solenne atto di culto. Solo in un secondo momento i notevoli disagi causati dalla lontananza di alcune ville periferiche, la precaria viabilità dei tempi e l'aumento progressivo della popolazione, consentirono alle varie comunità di ottenere un proprio curatore d'anime [le storiche curazie, divenute poi parrocchie]». (…)

Abbiamo visto come le Pievi abbiano avuto la loro nascita e la loro affermazione già nella seconda metà del primo Millennio d.C.; la loro ferrea organizzazione, l'effettiva autorità del Pievano (persona ecclesiastica) e dei chierici da lui dipendenti è stata sopra rilevata - anche se brevissimamente - dalla riassuntiva pagina del Bianchini. Una potestà, quella della Pieve, che si rifletteva drasticamente, in maniera incisiva e determinante, anche nella stessa liturgia (funerali (4) compresi), soprattutto nell'amministrazione dei Sacramenti; tanto è vero che ci vollero secoli per convincere ed obbligare le Pievi a concedere ufficialmente diritti e doveri in campo ecclesiale, alle Ville da esse dipendenti. (…), sempre pagando il mancato “guadagno” al Pievano.

Le curazie vengono istituite fra il 1400 ed il 1837, e precisamente: 4 fra il 1400 e il 1494, 18 fra il 1601 e il 1672, 22 fra il 1700 e il 1797 e 8 fra il 1800 e il 1837; le parrocchie, invece, risultano erette fra il 1900 ed il 1967, rispettivamente: 3 fra il 1900 e il 1908, 13 fra il 1912 e il 1919, 5 fra il 1920 e il 1927, 3 fra il 1934 e il 1938, 10 fra il 1940 e il 1944, 10 fra il 1950 e il 1959, 5 fra il 1960 e il 1967. (…)

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Il formarsi delle singole comunità curaziali prima, e parrocchiali dopo, è un fenomeno ristretto agli ultimi cinque secoli; comunque, attraverso soprattutto ai non pochi documenti ancora conservati negli archivi parrocchiali, si può rilevare quale e quanta sia stata, nel succedersi delle secolari generazioni, l'influenza diretta ed indiretta dell'istituzione e dei sacerdoti, cui i fedeli sono stati di epoca in epoca affidati. In moltissimi casi si è trattato di persone esimie, autorevoli, ben preparate e sagge, che costituivano l'asse portante di una comunità. Autorità e autorevolezza si alternavano in loro, e molte conquiste sociali sono senza dubbio riconducibili alla loro preparazione, al loro interessamento ed alla loro responsabile e generosa dedizione; tanto per non andare troppo lontano, pensiamo agli edifici sacri, agli asili infantili, agli ospedali, alle scuole, alle istituzioni cooperative: tutte iniziative che, proprio in zelanti sacerdoti, hanno avuto l'intuizione, la concezione e la conseguente realizzazione (5).

Un'attenta ricerca ed una razionale analisi di questo peculiare aspetto della società giudicariese, potrebbe portare nuovi elementi socio-storici necessari per meglio conoscerci e per meglio interpretare ogni pur minima sfumatura del nostro attuale e futuro stare insieme. Certamente una buona base di partenza per questa visualizzazione del Cristianesimo in funzione sociale in Giudicarie restano le pubblicazioni già edite su numerosi edifici sacri giudicariesi, in cui esimi Autori trovano occasione per dissertare ampiamente sugli indubbi riflessi della nuova religione sulla mentalità delle genti delle nostre vallate; come, per esempio, osserva l'Agostini: «All'evoluzione giuridica contribuì sicuramente l'influsso del Cristianesimo, inseritosi nei centri rurali, con il suo forte senso di appartenenza alla comunità: condizione indispensabile per ottenere la salvezza», cosicché anche di fronte all'istituzione comunale «la Pieve, come entità religiosa, continuerà a mantenere la propria personalità giuridica con i suoi organi di rappresentanza, ma ormai definitivamente distinti da quelli comunali». (…)

(2) Diritto di “stola bianca”
(3) Come succedeva ad es. per Saone con Pieve a S. Croce di Bleggio e per Montagne con Pieve a Tione
(4) Diritto di “stola nera”
(5) Vedi ad es. i vari “Legati” (pane, sale), le Confraternite, i lasciti specie a fini clericali, ecc.