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Il territorio

Altre vicende giudicariesi

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Il feudalesimo lascia i suoi segni in Giudicarie attraverso la presenza di vari feudatari che avevano allungato le proprie mani in queste terre. Feudatari propriamente locali possono considerarsi i da Campo con il loro insediamento nelle Giudicarie Esteriori, dove rimane il castello che porta il loro nome: Castelcampo.

Ma la tipica famiglia nobiliare giudicariese resta quella dei Lodron. Scrive, in merito, il Poletti: «Gli storici Giuseppe Papaleoni e Karl Ausserer collocarono le origini dei Lodron in valle del Chiese, nella piana e sui monti che stanno subito a nord del lago d'Idro, e studiarono le relazioni che essi ebbero nel secolo XII coi signori di Storo, riscontrandone la comune appartenenza alla nobiltà del Principato vescovile di Trento. Per un paio di secoli, a partire dal 1124, i signori di Storo si ritrovano in atti importanti, al seguito dei vescovi di Trento, in luoghi anche lontani dal loro paese e mescolati coi più potenti vassalli del Principato. Tra loro compaiono alcuni nomi che ricorrono anche nella genealogia lodroniana dei decenni successivi (…)

I primi documenti in cui compare il nome Lodron o Lodrone risalgono agli anni 1000 e 1086 (…) e invece è certo che un secolo dopo, il 27 agosto 1185, gli antenati dei Lodron erano già insediati in Valle del Chiese ed erano feudatari dei Conti di Appiano (…)».(8) La famiglia si divise poi nei due rami giudicariesi di Castel Lodrone e di Castel Romano (a Por, nella Pieve di Bono) ed ebbero possedimenti pure a Caderzone, in Val Rendena; tuttavia, verso la fine del Quattrocento, i Lodron spostano i loro interessi verso la Vallagarina e lì conosceranno veri momenti di grande autorevolezza, culminati con la grande figura di Paride Lodron, eletto arcivescovo di Salisburgo nel 1519, a soli 33 anni. Della loro secondare presenza in Giudicarie rimangono oggi soltanto tracce murarie nella piana di Lodrone-Darzo, a Bondone, a Por ed a Caderzone.

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Alcune vicende propriamente considerate giudicariesi, ed accadute in questo lungo periodo di dominio del Principato vescovile, possono considerarsi quelle di seguito riportate; ovviamente, qualsiasi altro autore avrebbe potuto sceglierne altre e, magari, assai di più e maggiormente interessanti o più appropriate.

Ritengo opportuno iniziare con un'attenta precisazione della Spes: «Il secolo XIII è fondamentale per la storia delle comunità giudicariesi e non. Da associazioni di fatto, più o meno libere, più o meno soggette alla sovranità feudale, le comunità si consolidano in universitates con una precisa personalità giuridica, e nei loro ordinamenti esterni ed interni resteranno quasi immutate fino all'epoca napoleonica» (in Statuti di Tione). E' da questo periodo che iniziano i privilegi vescovili, ossia concessioni che il principe vescovo di Trento «impegnato a difendersi dalle signorie confinanti nel lungo periodo d'anarchia succeduto alla crisi dell'autorità imperiale» dà alle varie comunità periferiche «nello sforzo di averle fedeli o per lo meno neutrali».

Entrare nel merito di tutte le concessioni date ai giudicariesi, comporterebbe un vero e proprio trattato a sé; qui si segnala soltanto il succedersi storico dei privilegi concessi ai Giudicariesi: 21 giugno 1255, a Trento, privilegio di Egnone; 24 febbraio 1407, a Trento, privilegio di Giorgio I; vigilia di Pentecoste 1451, a Innsbruck, privilegi di Giorgio II alle quattro Pievi delle Giudicarie Interiori; 29 ottobre 1525, a Trento, privilegi di Bernardo Clesio. Indicativo il commento, sempre della Spes (grazie alla quale possiamo riportare i dati suesposti): «I Giudicariesi difesero sempre coi denti le libertà concesse dai privilegi, delle quali le più importanti erano: l'esenzione dal servizio militare fuori del loro territorio, dalle tasse militari, dai dazi ai confini; la riduzione ad un numero fisso dei fuochi d'estimo reali su cui si basava il pagamento delle collette al vescovo (tassa di sudditanza); il diritto di scegliere e di cambiare ogni tre anni un vicario vescovile di loro fiducia» (idem). 

Nel secolo XIV si ha la tragica vicenda di fra' Dolcino: una figura emblematica sotto vari aspetti, e riportata alla luce sia dagli studi di Franco Bianchini e Marco Zulberti pubblicati da “Il Chiese” di Storo, sia da varie iniziative locali dovute al gruppo culturale cimighese “Le Quatar Sorele”. Così Marco Zulberti, riassume la figura di fra' Dolcino - «seguace del Segalelli (fondatore della setta degli Apostolici)» - che era venuto a trovarsi «presso il paese di Cimego nella Valle del Chiese, nella Judicaria, dove aveva radunato attorno a sé un certo numero di seguaci». L'autore prosegue: «Gli inizi della sua predicazione sembrano doversi collocare nel monastero femminile di Sant'Adalpreto presso Arco (…) dove sembra abbia conosciuto Margherita, nativa della Val di Ledro, che sarebbe poi divenuta la sua compagna per il resto della sua vita (…). Boninsegna di Odorico da Arco ricorda come l'eretico appariva “un uomo buono, diceva delle belle parole, commentava la Bibbia e gli Evangeli” (…). Certamente fra' Dolcino introdusse in queste terre l'eresia della setta degli Apostolici (…). Le testimonianze segnalano la sua presenza in alcuni paesi, fra i quali: Arco, Riva, Cimego, la pieve di Condino (…)».

Le vicende dolciniane in Giudicarie portano alla ribalta Alberto da Cimego, così ricordato dal Bianchini: «Il maestro fabbro Alberto è il personaggio di maggior spicco dell'eresia apostolica, non solo nella nostra valle, ma ancora in terra trentina. Dolcino stesso sembra riconoscerne la figura morale citandolo espressamente fra i seguaci più fedeli (…). Nulla di preciso sappiamo, invece, sulla fine di Alberto: se sia o meno riuscito a sfuggire agli strali dell'Inquisizione trentina seguendo così Dolcino in Piemonte, o se lo abbia raggiunto solo in seguito dopo l'appello della sua terza lettera che chiamava a raccolta i seguaci sul monte Balma, trovando così la morte, all'indomani della terribile strage del monte Zebello, su qualche rogo del Piemonte». Circa la fine dell'eretico, sempre il Bianchini precisa: «Fra' Dolcino (Prato di Valsesia 1260 - Vercelli 1307) poi, a seconda delle diverse fonti, morì il primo giorno del giugno o del luglio dell'anno 1307 sul rogo a Vercelli, e ne vennero disperse le ceneri al vento e nelle acque del Cervo».

Il 1335, come risulta da un documento del 26 aprile, il vescovo Enrico III concede il perdono alla Pieve di Bono, che nell'anno precedente aveva preso parte, con le altre Pievi giudicariesi - ad eccezione di quella del Lomaso - ad una sollevazione contro il Principato. Nel documento si dice che i Giudicariesi avevano commesso enormi malefici e molti atti proditori e cospirazioni e ingiurie volutamente e dolosamente contro Dio, la Giustizia e il vescovo e la sua Chiesa; ed inoltre che avevano distrutto le strade e i ponti, assediato i castelli vescovili e si erano rifiutati di pagare le collette. Un periodo segnato da un esagerato fiscalismo, anche secondo Padre Gnesotti, il quale commenta: «Ma non sia meraviglia, perché tempi allora di grande dispendio alla Chiesa».

Il 15 dicembre 1579 viene fatta la famosa Guerra delle noci: sulla piana di Dasindo piantata a noci vengono alle armi Giudicariesi contro i Tirolesi, a seguito del rifiuto dei primi al giuramento di fedeltà all'arciduca Ferdinando d'Austria, conte del Tirolo, il quale pretendeva particolari diritti sul Principato di Trento attraverso specifici accordi, definiti compattate - le prime erano state del 1365, mentre quelli qui in argomento sono del 1511, dette anche Landlibell ossia Libello dell'11 (Nabacino), - le quali contenevano molte contraddizioni ai privilegi dati ai Giudicariesi, che in definitiva venivano obbligati a servire a due padroni; di conseguenza la loro ribellione a questa situazione ritenuta ambigua. Ma, purtroppo, i Giudicariesi dovettero alla fine piegarsi e il 3 gennaio 1580, a Tione, deposte le armi, i capifamiglia prestarono giuramento al conte del Tirolo.

Si conclude nel 1772 il fatto storico maggiormente emblematico della storia delle Giudicarie: cioè quella demolizione del Dazio di Tempesta - avvenuta sulla sponda sinistra del Lago di Garda nel 1767 - che portò a morte, per decapitazione, sulla piaza de la Crós a Tione, i tre principali responsabili della spedizione armata, e cioè Andrea Vedovelli Gianìn da Breguzzo, Antonio Zoanetti Simonela da Zuclo e Martìn Voglio detto Mineral oriundo piemontese ma residente a Bondo. Fatti piuttosto gravi che si ripercossero negativamente su tutte le Giudicarie, soprattutto sulle quattro Pievi delle Interiori.

Infatti, don Lorenzo Felicetti, nel suo “Tre decapitati in Tione”, annota che, per essere ascoltati e discolparsi non avrebbero dovuto recare «molestia di sorta ai soldati [del governo austriaco] che verrebbero spediti in Giudicarie a mantenere l'ordine pubblico. Ed i soldati vennero di fatto. Erano in numero di 560 e li comandava il maggiore Puebla. La truppa arrivava in Giudicarie il 18 settembre 1768 e si acquartierava provvisoriamente in Stenico e nelle vicinanze. L'avviso della venuta dei soldati provocò nelle Giudicarie Interiori qualche tumulto (…). Intanto i soldati cominciarono ad avanzarsi verso Tione, occupando Ragoli, Preore e Saone (…). Il giorno 5 novembre i soldati si avanzarono verso Tione, prendendo quartiere a Tione, Bolbeno, Pieve di Bono, Condino, Vigo Rendena, Borzago, Giustino. Negli archivi delle Canoniche e dei Comuni si trovano memorie (9) della permanenza di quelle truppe nelle diverse località sunnominate (…)».

Quanti altri argomenti si potrebbero trattare: i commerci con i Gonzaga, la nobiltà rurale, le vicende dei castelli e dei vari casati, la figura di Marco da Caderzone, la fluitazione del legname, le prime correnti migratorie, le Regole e gli Statuti, i rapporti dei Giudicariesi con Castel Sténico…: una serie mai finita di situazioni, di avvenimenti, di personaggi che riempirebbe le pagine di volumi e volumi.

(8) Conti di Appiano che avevano altri feudi, come la Comunità di Preore ove esisteva anche un Tribunale degli Appiano; sono note le vicende del Principe Vescovo Salomone, degli Eppen e del Principe Vescovo Corrado (1189)
(9) Registri dei nati da donne a seguito dei soldati