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Il territorio

Oroidrografia delle Giudicarie

Le Giudicarie si presentano come un territorio preminentemente montuoso, dominato a nord-ovest dai Gruppi della Presanella e dell'Adamello con i loro graniti ed i loro estesi ghiacciai, e a nord-est dal Gruppo di Brenta, ormai noto come le Dolomiti occidentali.

Alpinisticamente nomi di cime e di monti ormai entrati nella letteratura mondiale: cima Presanella (m. 3556), Corno di Cavento (m. 3402), monte Fumo (m. 3418), Carè Alto (m. 3462), Cresta Croce (m. 2307), cima Tosa (m. 3173), cima Brenta (m. 3150); solo alcuni nomi di una infinità di toponimi diventati leggendari per le imprese di affermati alpinisti, nazionali e stranieri, che dalla seconda metà del secolo XIX si sono succeduti a spaziare ed a godere di un fantasmagorico universo montano, che il Brentari, già alla fine del 1800, definiva: «Un vero paradiso per l'alpinista»; e davvero si tratta di un “eden” oggi capillarmente servito da una lunga catena di ospitali rifugi, la maggior parte voluti e gestiti dal più famoso sodalizio alpinistico trentino: la Sat (Società Alpinisti Tridentini), nata proprio in Giudicarie (tra i 27 soci fondatori ben 16 erano giudicariesi), a Madonna di Campiglio, nel lontano 2 settembre 1872. In proposito va ricordato che la sezione di Pinzolo del Corpo di Soccorso Alpino - già esistente nel 1902 - è la prima sorte in Italia il 22 maggio 1952. (…)

Nella parte sud-occidentale delle Giudicarie, le propaggini del Gruppo dell'Adamello propongono una catena infinita di crinali d'alta quota (m.te Ignaga, m. 1620; passo di Campo; m. 2288; cima Re di Castello, m. 2891; m.te Brealone, m. 2248) dando origine a convalli superbe ed originali. Nella parte centro-meridionale, invece, fra le Giudicarie Interiori e le Esteriori, dominano le Alpi Ledrensi (con la quota massima al m.te Càdria di 2254 metri), mentre all'estremo est s'alza la dorsale della catena del m.te Casale (m. 1631), i cui fianchi orientali strapiombano sulla valle della Sarca con pareti di pile calcaree alte dai 1200 ai 1440 metri, ma i cui fianchi occidentali scendono dolcemente, carichi di verde, dando all'aspetto agricolo del Lomaso una sua piacevole visione montana. Nella parte meridionale delle Giudicarie Esteriori il territorio è quasi chiuso dai curiosi blocchi selvosi e rocciosi dei monti Cogórna (m. 1866) e Misone (m. 1803). (cfr. Gorfer).

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Tutte queste catene montuose rendono le Giudicarie un territorio morfologicamente accidentato, racchiuso da una linea di spartiacque che lo fa sembrare una valva di conchiglia dai bordi frastagliati e insormontabili. Una situazione che dà luogo ad una serie quasi infinita di valli e convalli, di conche, altopiani e terrazzi, una gamma quanto mai alterna e suggestiva. Credo di non sbagliare se considero caratteristica ambientale maggiormente eclatante dell'intero territorio giudicariese la presenza e la visione di quei solchi glaciali, di cui sono esempi più che significativi la val Genova, le valli di Fumo e di Daone, e la val d'Ambiéz.
Queste tre incomparabili perle, ormai di fama mondiale, non sono che un'immagine di facciata di ciò che, invece, contiene in sé l'intero ambito comprensoriale. Il soffermarsi a considerare soltanto ciò che la propaganda turistica mette in primo piano, sarebbe un errore, poiché le bellezze più intrinseche e più preclare sono nascoste in un dedalo sconosciuto di meandri, ancor oggi inesplorati dai più e visitati da secoli solo dai cacciatori e poi, saltuariamente, da pochi alpinisti e da ancor meno naturalisti, fra cui alcuni esperti geologi.

Descrivere ciascuna vallata, e soprattutto ciascuna convalle, sarebbe un ripetere in continuazione le stesse cose, e cioè: l'impressionante silenzio rotto soltanto dal chiacchierio delle acque e dallo stormire delle fronte; il susseguirsi di tonalità verdi e di tinte immaginifiche della vegetazione, che ad ogni stagione rompono ed illuminano il grigiore delle rocce, ingentilendo il suolo di una varietà inimmaginabile di colori; la compagnia d'un cielo che sembra fatto apposta per non turbare, anzi per esaltare l'equilibrio del profilo dei monti; la dolcezza serenante che emana da una Natura che diventa vita nel senso più primitivo, ma anche più vero della parola.

Non sono certo le parole degli altri quelle che possono convincere qualcuno a sentire le stesse impressioni, a provare le stesse sensazioni, a vivere gli stessi sentimenti. Scrittori e poeti hanno descritto e cantato questa nostra terra giudicariese, queste nostre nascoste oasi di pace; ma tutto questo universo miniaturizzato è lì che attende d'essere visitato e conosciuto, apprezzato e salvaguardato nella sua testimonianza d'un equilibrio naturale che - se l'uomo vuole - può diventare anche motivo ed esempio di equilibrio interiore e sociale insieme. Ma occorre farlo in silenzio, a piedi, quasi con timidezza, come ci si trovasse in una cattedrale: istanti - e magari giornate - di raccoglimento che lasciano il segno. Occorre, però, aver pausa del “turismo di massa” e degli “incontri chiassosi”.

Qualche specifico riferimento ambientale? Non vi è che la difficoltà della scelta. Nel bacino della Sarca non si può che iniziare con la val Genova e le sue laterali di Folgàrida, di Làres, di Siniciàga, di Germénega, di Gabbiolo, di Nàrdis, cui vanno aggiunte le splendide convalli di Nambrone, di Brenta, di Valàgola, di Vallesinella, di Borzago e di San Valentino… per spostarci in Val d'Algóne con le sue val di Nambi, val di Sacco, il Vallón, val Genèra. Nel Banale la val d'Ambiéz e la val di Jon, nel Lomaso la Lomasona e nel Bléggio la val Marcia. Nel bacino del Chiese non ci si può richiamare che allo stupendo solco alpino - unico del suo genere - delle innestate fra loro valli di Fumo e di Daone, arricchite, in sponda destra ed in sponda sinistra, delle convalli di Danerba, di Molìn, di Valbona, di Noèra, del Leno; più a sud, ancora la val Aperta con la val Giulìs in quel di Condino, e la val d'Àmpola con val Lorina in quel di Storo.

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In questo dedalo di valli e convalli cantano da sempre le acque delle Giudicarie: la maggior ricchezza in assoluto d'una terra, in cui ghiacciai e sorgenti assicurano il perenne sgorgare di zampilli affascinanti che costituiscono il sicuro compagno di viaggio lungo qualsiasi percorso, vuoi sul fondovalle, che sui declivi e sulle conche più alte. Sono sorgenti, rivi, torrenti, fiumi, laghi che si alternano senza fine in una sequenza sempre nuova, sempre diversa, sempre avvincente che dona allegrezza, serenità, distensione e pace. L'acqua compagna inseparabile dell'uomo, ovunque e sempre: questa è la certezza che sa donare la terra di Giudicarie. (…)

Ed ecco, quindi, i due fiumi che, con i loro bacini in provincia di Trento, caratterizzano le Giudicarie: la Sarca ed il Chiese. La Sarca presenta due peculiarità: la prima è data dal ripetersi dello stesso toponimo per tutti i rami principali che la formano (Sarca di Nambino o di Campiglio, Sarca di Vallesinella, Sarca di Brenta, Sarca di Nambrone, Sarca di Genova); la seconda è motivata dall'essere l'unico fiume italiano che da immissario e da emissario d'un lago (il Garda) cambia nome: da Sarca a Mincio. In epoche remotissime preistoriche il corso del fiume scendeva da nord a sud in direzione della Lombardia; soltanto successivamente, con l'instaurazione della sella di Bondo, il suo tragitto verso meridione si interruppe nella conca di Tione per prendere la direzione verso est, attraverso la forra di Ponte Pià (oggi trasformata in un bacino artificiale per scopi idroelettrici) e la forra del Limarò, per poi rivolgersi nuovamente in direzione sud, una volta sfociato nella val del Sarca, in località le Sarche. «Complessivamente - scrive C. Battisti nel suo Il Trentino (1898) - la Sarca, dalla sorgente (vedretta della Lobbia a 2050 m.) alla foce nel lago di Garda, misura 77,2 Km.; ha una caduta di 1986 m. ed un declivio medio di 25 m. al km.» Come curiosità aggiunge che «sul Sarca fu scritto un poemetto in latino da Pietro Bembo (Venezia 1470 - Roma 1547)».

Tutta la sua potenzialità acquifera accresciuta da quella dei suoi affluenti di destra e di sinistra (Bedù I e Bedù II, Finale, Maftina, Arnò, Manéz, Algóne, Duina, Ambiéz, Bondai) - è stata depauperata dai grandiosi impianti idroelettrici degli anni '50-'60 che ne hanno convogliato le acque nella centrale di Santa Massenza con una razionalità imprenditoriale all'avanguardia dei tempi (di allora), ma con il conseguente altrettanto razionale impoverimento di tutto il territorio montano interessato. E non sono certo le briciole elargite dallo Stato attraverso i sovraccanoni ai Bim quelle che possono indennizzare le popolazioni (e le terre) private da immense ricchezze portate via, non una volta soltanto, ma in continuazione, senza sosta, né di giorno, né di notte.

Altrettanto dicasi per il Chiese, che scende dalle falde meridionali del gruppo dell'Adamello, bagnando in sequenza (in territorio trentino) le valli di Fumo, di Daone e del Chiese. Anche in questo caso gli imponenti impianti idroelettrici non solo hanno rubato una ricchezza d'acque indescrivibile, ma hanno addirittura sconvolto l'intero volto di una vallata, trasformata oggi in una mostra (!) delle opere edilizie che l'uomo ed il cemento sanno inventare ed attuare. Anche le acque di quasi tutti i suoi maggiori e minori affluenti - Adanà, Danerba, Rondon, Redoten, Ribo, Giulìs, Sorino, Santa Barbara, Pàlvico - stanno conoscendo lo stesso destino.

Oggi le acque del Chiese - in modo particolare nel suo tratto in val di Daone - richiamano visitatori da ogni regione italiana ed anche dall'estero, in inverno per le innumerevoli cascate di ghiaccio e durante la buona stagione per la visita agli impianti idroelettrici che le catturano a Bissina (diga: coronamento m. 561, altezza m. 87, bacino mc. 60.000.000), Boazzo (diga: coronamento m. 440, altezza m. 57, bacino mc. 11.769.600) e a Morandìn (diga: coronamento m. 76, altezza m. 30, bacino: mc. 298.800). «Complessivamente il Chiese, dalla sorgente (vedretta di Fumo a 2500 m.) alla foce nel lago d'Idro, misura km. 49,5 ed ha una caduta di 2132 m.» (Battisti).

Questi due fiumi, ed i loro bacini imbriferi, sono scientificamente e magistralmente descritti, in pagine impareggiabili, da Cesare Battisti già dal 1898 nel suo "Il Trentino".

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Argomenti idrografici giudicariesi, che nel 1978 mi avevano portato a scrivere impressioni che sento tuttora vive in me: «Le acque dei fiumi, dei torrenti e dei laghi delle Giudicarie sono conosciute in modo particolare dai pescatori dilettanti, che annualmente a migliaia risalgono di riva in riva, di masso in masso, i solchi vallivi carichi di millenni, in cerca del guizzo fugace delle trote fario e iridee, le quali costituiscono quasi il cento per cento della fauna ittica locale, senza tuttavia dimenticare l'oggi assai raro gambero d'acqua dolce, che era abbastanza presente fino a poco tempo fa, mentre - come testimoniano gli affreschi dei Baschenis - era più che mai ricercato per il suo prelibato sapore nel Medioevo. Ma non va dimenticato l'aspetto estetico delle acque correnti fra massi granitici, muschi vellutati e verdeggianti rive, e più ancora dei laghetti alpini che rispecchiano i picchi rocciosi e l'azzurro dei cieli. Sono visioni d'estasi che incantano il turista, l'alpinista, l'uomo della montagna, specie per quanti le sanno avvicinare in cosciente raccoglimento, a piedi, lasciando lontano, nel fondovalle abitato, le ruote gommate del proprio automezzo».

A Idro, dove c'è il lago, vi era uno scudo di monti; la Sarca risaliva verso la Val di Ledro (lago di Ledro) e scendeva trattenuta dalla massa morenica dell'antico ghiacciaio del Garda (Era Terziaria o Cenozoica, 70/65 mln di anni fa), come descritto dagli studiosi prof. mons. Ferrari e Gino Tomasi (nota di Paolo Scalfi Bàito).