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Il territorio

Arte

Pieve S. Lorenzo di Vigo Lomaso

Dal volume “Le mie Giudicarie” di Mario Antolini  (Antolini Editore, Tione 2002).

Sono quasi del tutto scomparse anche le vecchie tipiche costruzioni in legno e paglia, per cui i segni dell'architettura di carattere storico sono unicamente visibili o nei castelli (Sténico, Castel Campo, Restór, Spine, Romano, Santa Barbara, San Giovanni) o, in modo particolare, negli edifici sacri presenti numerosissimi sull'intero territorio.

In Giudicarie non esistono città. Per quanto mi risulta sono stati eretti a borgata: l'abitato di Storo nel 1636 dal principe vescovo di Trento Carlo Emanuele Madruzzo; successivamente Condino nel 1890 e Tione nel 1904 dall'imperatore Francesco Giuseppe d'Asburgo. Né esistono aggregati urbani che possano presentare quelle caratteristiche architettoniche, che tanti altri centri, italiani e non, possono mostrare. Persino le vecchie tipiche costruzioni in legno e paglia sono quasi del tutto scomparse, per cui i segni dell'architettura di carattere storico sono unicamente visibili o nei castelli (Sténico, Castel Campo, Restór, Spine, Romano, Santa Barbara, San Giovanni) o, in modo particolare, negli edifici sacri presenti numerosissimi sull'intero territorio.

Si può asserire che i segni del sacro sono quelli che più caratterizzano anche ogni più piccolo abitato: chiese pievane, chiese prima curaziali e oggi parrocchiali, chiesette di ogni tipo, santuari, cappelle, capitelli, murales, crocifissi e croci, quadri appesi sugli alberi od all'esterno di qualche casa; tutta una testimonianza, alla quale è legata la maggior parte della documentazione artistica nelle Giudicarie.

In fatto di arte - tolti, appunto, i castelli, e soprattutto gli edifici di culto cristiani con i loro affreschi (celebrati quelli assai numerosi dei Baschenis presenti un po' ovunque) e con i loro quadri e statue -, a prima vista ben poco resta da elencare: la villa Lutti a Campo Lomaso, il Municipio ed il Convento francescano a Campo Maggiore, palazzo Bavaria e tutto il complesso lodroniano a Lodrone e dintorni. Povertà? Forse sì, ma conseguente ad una terra avara, lavorata col sudore della fronte e resa quella che oggi è soltanto a costo di sacrifici enormi, poiché anche quel poco che vi è di artistico, di architettonico e di urbanistico, è frutto di esistenze trascorse nel tempo unicamente protese alla ricerca del proprio sostentamento e del proprio impegno sociale nella comunità. E' per questo che un'attenta indagine profondamente culturale - nel senso più vero e scientifico della parola -, sull'essenza sostanziale delle genti giudicariesi è del massimo interesse. (…)

La presenza dell'arte - pittura, scultura, architettura, urbanistica - in Giudicarie è stata testimoniata analiticamente da Dino Pellegrini, il quale, tra l'altro, afferma: «Certo le Giudicarie sono carenti dei complessi urbanistici e delle espressioni artistiche di marca locale, di cui abbondano, invece, altre vallate trentine; ma il ridurre le espressioni artistiche giudicariesi alla sola Danza macabra della chiesa di San Vigilio di Pinzolo, o alle chiese di Condino e di Vigo Lomaso, oltre che denunciare gravi lacune, riflette un concetto molto limitato di ciò che è arte o, quanto meno, una conoscenza superficiale della cultura giudicariese (…). Le Giudicarie, a differenza della quasi totalità delle altre vallate trentine, ospitano non solo negli edifici sacri, ma anche in molte espressioni dell'architettura civile, forme che abitualmente non si riscontrano nelle valli delle Alpi centro-orientali (…). Le Giudicarie hanno accolto le forme artistiche provenienti dall'esterno, senza apportarvi, salvo rare eccezioni, alcuna modifica. Non si deve, peraltro, credere che per questo sia l'architettura sia l'ambiente ne abbiano sofferto. Anzi, il barocco bresciano, che costituisce da solo la presenza artistica di gran lunga predominante, si intona armoniosamente con l'ambiente, ingentilendo con la grazia e la leggerezza delle sue linee paesaggi a volte severi, a volte orridi (…). Attraverso i suoi vari accessi l'arte è penetrata nelle Giudicarie, portando fin nei villaggi più sperduti la severità del romanico, là il fascino mistico del gotico, altrove l'armonia del rinascimento e, ancora, la grazia leziosa del barocco. Non deve stupire, quindi, di trovarsi sovente allo sbocco d'un vicolo od al sommo d'un viottolo di montagna, di fronte ad una chiesa, ad un loggiato o ad una semplice cappella dalle linee purissime che denunciano chiaramente la mano d'un maestro». (…)

Riferendosi in modo particolare all'arte ed all'urbanistica - ma a mio avviso gli stessi concetti sono estendibili anche alla proiezioni storica - il Pellegrini così conclude il suo Viaggio giudicariese: «La presenza sul territorio giudicariese di tante espressioni artistiche e di tanti così interessanti complessi urbanistici pone logicamente il problema di difendere un così vasto patrimonio dalle ingiurie del tempo e dalle azioni inconsulte dell'uomo. Il problema non investe soltanto i pubblici poteri, ai quali spetta d'ufficio la tutela dei monumenti e delle opere d'interesse storico, ma deve interessare tutti i cittadini, e non per mero spirito campanilistico, ma per il più vasto e profondo senso dell'umano e del bello che dovrebbe albergare nell'anima di ogni uomo e che deve giudicarel'arte per sé stessa e non in base alla sua apparenza. Ogni regione, ogni nazione che si rispetti pone ai vertici dei suoi doveri quello di difendere il proprio patrimonio artistico [e storico!]. Le Giudicarie non hanno l'entità di una nazione, né pretendono di definirsi una regione, ma rappresentano una porzione considerevole della provincia di Trento: porzione che, per la sua posizione a ridosso della regione gardesana e contigua con la provincia di Brescia, ha subito, oltre agli influssi trentini, anche, e forse, in forma preponderante, quelli lombardi e veneti. E' una terra, quindi, ove si sono incontrate tre differenti civiltà, tre differenti maniere di vivere, tre modi differenti di interpretare la bellezza. Questa terra ha saputo fondere i tre differenti messaggi in un suo modus vivendi particolare, in rapporto alle sue condizioni dinamiche ed alle sue risorse economiche; in questo modus sono testimonianze eloquenti, e spesso commoventi, i complessi urbanistici anzitutto, perché sono lo specchio delle varie comunità, perché riflettono le abitudini, le attività, le funzioni del popolo; e le chiese, che da tempo immemorabile non sono soltanto l'espressione della fede d'un popolo, ma anche il simbolo e l'emblema della sua coscienza civica. Gli abitanti delle Giudicarie devono riconoscersi nello stile delle loro case, delle loro chiese, nella topografia dei loro agglomerati urbani, nella fisionomia delle loro piazze, delle loro vie, di tutte, insomma, le strutture che i loro avi hanno creato per rendere questa terra sempre più rispondente ai bisogni dei suoi figli. (…)».

Parlando di cultura giudicariese è d'obbligo riprodurre un'altra preziosa pagina di Cesare Battisti, che reclamerebbe maggior interessamento e adeguato approfondimento, nonché un possibile aggiornamento per quanto riguarda il XX secolo. «Non meno degno di ricordanza - scrive l'autore della Guida delle Giudicarie - è il fatto che in queste valli, attraverso lunghi secoli, anche nelle oscure età medievali, abbia sempre avuto continuo alimento, sia pure in forma modesta, la fiamma della cultura (…). La mancanza di centri importanti ove potessero sorgere scuole, la scarsezza di ogni sviluppo d'arti e mestieri, le frequenti vicende di guerra avreebbero potuto essere ostacoli potenti ad ogni fiorire di vita intellettuale. Ma a queste condizioni sfavorevoli, altre se ne opponevano propizie a tale sviluppo: anzitutto i contatti con Venezia e Padova, protettrice munifica la prima, dispensiera di saggi consigli la seconda, con Verona, con Brescia ed altre città lombarde (…). Ma più di tutto la cultura ebbe ragione di vita e di sostentamento nelle valli giudicariesi per lo spirito di libertà e di indipendenza con cui sempre si ressero le popolazioni. E' manifestazione schiettamente popolare tutta l'arte di cui s'adornano le chiesette della valle. E' il Comune, è il popolo che ha voluto dipinte sui templi le leggende della patria e più di tutto quella meravigliosa Danza della Morte di Pinzolo, il cui motivo si ripresenta in tanti altri affreschi (…). Quel sentimento d'indipendenza che animava gli ispiratori della Danza macabra, trovava eco nel campo politico. In tutti i periodi della storia giudicariese, si vedono i notai mescolarsi al popolo più che altrove. E son questi notai e legali che scendono - per volere dei concei popolari - alla dotta Padova a chiedere lume ai giurisperiti per dare scacco ai giudici salariati del principe di Trento o dei conti del Tirolo. Siamo qui di fronte ad un complesso di ragioni e di fatti per cui le Giudicarie non potevano rimanere estranee alla cultura. E la documentazione di tale cultura non manca per quanto scarse ricerche [sic] siano state fatte in proposito».

E quante persone eccelse, nei vari campi dell'arte e della cultura, delle varie comunità giudicariesi sa elencare - già nel 1909 (!) - il Battisti, a riprova del suo positivo giudizio. Un elenco in cui compaiono il poeta Giovanni Prati di Dasindo, lo scrittore garibaldino Nepomuceno Bolognini di Pinzolo, il giurista Filippo Serafini di Preore, il generale Oreste Baratieri di Condino, la poetessa Francesca Lutti figlia di Vincenzo Lutti da Campo Maggiore, il notaio cronista Rocco Bertelli di Preore e numerosi altri personaggi che hanno animato la vita sociale giudicariese nei secoli passati. Un elenco che ora avrebbe bisogno di essere completato con i nomi del mecenate Giovan Battista Mattei da Campo Maggiore, del fondatore della cooperazione trentina don Lorenzo Guetti da Vigo Lomaso, dello storico Giuseppe Papaleoni di Daone, del cronista dei tempi napoleonici Giuseppe Antonio Ongari di Spiazzo e di tante altre personalità che hanno dato lustro alle Sette Pievi.

Nomi e nomi, pagine e pagine da formare un ricco volume carico di testimonianze e di insegnamenti.