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Il territorio

Francesco Alberti poia

Immagine decorativa

Vescovo di Trento
Nato a Trento il 22 maggio 1610
Morto a Trento il 4 febbraio 1689

I contrasti con Leopoldo I per la nomina del nuovo vescovo
Francesco Alberti Poia nacque a Trento nel 1610. La sua famiglia era originaria del paese di Poia, poco distante da Ponte Arche. Assolse gli studi di teologia in Germania e successivamente a Roma, ove rimase qualche tempo per svolgere incarichi di fiducia a lui conferiti dal vescovo di Trento. Quindi fu richiamato nella città natale, per ricoprire gli uffici di vicario generale, di canonico e di arcidiacono; più avanti venne anche nominato consigliere aulico. Nel corso del periodo di permanenza in Trentino era solito recarsi spesso a Roma come uomo di fiducia del vescovo.
Nel 1677, all´età di 67 anni, venne scelto per guidare la Diocesi trentina, dopo una travagliata vicenda politica nella quale furono coinvolti, come spesso era già accaduto, il Capitolo e l´autorità imperiale. Già con il predecessore Sigismondo Alfonso Thun si erano accentuati i dissapori fra l´Impero e la Chiesa. Alla morte di questo, avvenuta il 2 febbraio 1677, il conflitto si fece più serrato: l´imperatore Leopoldo I, pretendeva di essere lui, in quanto conte del Tirolo e non come imperatore, a provvedere alla rituale consegna delle temporalità al vescovo di Trento. 
Il Capitolo, rappresentato nell’espletamento delle sue funzioni temporali dal futuro vescovo Giuseppe Vittorio Alberti d´Enno, si era opposto con fermezza, ma la scomparsa del Thun era l´occasione più ghiotta che si presentava a Leopoldo per rivendicare le sue prerogative. Il fatto poi che questi non avesse riconosciuto affatto la validità del precedente accordo del 1662, tramite il quale l´autorità arciducale asburgica si era impegnata al rispetto della sovranità territoriale dei principi-vescovi, costituiva un palese rinnovo dell’atavica pretesa dei conti del Tirolo sui possedimenti tridentini. Nei lunghi anni del medioevo, l´imperatore aveva spesso rappresentato la figura che tutelava la persona del principe - vescovo dalle angherie dei nobili più potenti. Ora invece, il titolo imperiale e quello di conte tirolese erano compendiate nella medesima persona, con le conseguenze che si sono viste.
Non erano trascorsi che sei giorni dalla morte del Thun, che a Trento si erano presentati, accompagnati da una nutrita guarnigione, i commissari imperiali Giangiacomo Wolkenstein e Antonio Buffa per occupare con la forza il castello del Buonconsiglio, ben decisi a gestire l´attività ordinaria durante il periodo di sede vacante, con evidente disapprovazione del Capitolo. Ai canonici capitolari non rimase altro che esporre le proprie rimostranze sia presso il governo di Vienna che presso la Santa Sede, ma a nessuna di questa lagnanza fu dato ascolto. Soltanto con la nomina di Francesco Alberti Poia a vescovo di Trento, le conflittualità, almeno provvisoriamente, si sopirono. Più avanti, specie ogniqualvolta veniva a mancare la persona del vescovo, l´autorità tirolese asburgica non avrebbe mancato di avanzare nuove rimostranze; ma il Capitolo, con un´abile politica di temporeggiamento, gli stessi Francesco Alberti Poia e il suo successore Sigismondo Alfonso Thun, i quali adoperarono sapientemente le loro qualità diplomatiche, sarebbero riusciti a rinviare la soluzione della disputa fino all’intervento più risoluto del vescovo Giuseppe Vittorio Alberti d´Enno. Questi riterrà opportuno appellarsi alla dieta di Ratisbona del 1576, allo scopo di ricondurre alla luce un più chiaro ordine di rapporti fra le due potenze in contrapposizione.
Preoccupazioni del vescovo Alberti Poia, la piena dell’Adige e gli interessi culturali del vescovo
Oltre all’età alquanto avanzata, il vescovo Alberti Poia aveva anche un carattere alquanto schivo, che non amava la vita di curia, ed appariva pertanto poco entusiasta ad accettare una carica che comportava un peso politico di quella sorta. Superate tuttavia le prime riluttanze ad accogliere l´incarico, alla fine acconsentì, convinto non da ultimo dalla consapevolezza della considerazione di cui godeva presso la comunità della diocesi.
Francesco Alberti Poia dovette fare i conti con le pesanti conseguenze della grave inondazione del 1686, per effetto della quale tracimarono le acque dell’Avisio e dell’Adige, provocando ingenti danni alle campagne e alle abitazioni e rendendo necessari i traslochi dei religiosi che dimoravano in quei monasteri colpiti dalla piena, come quelli delle monache clarisse e dei frati che risiedevano in San Bernardino. L´opera di risanamento seguita alla calamità naturale che aveva colpito con eccezionale intensità soprattutto la zona di Trento e i suoi dintorni, costituì una delle preoccupazioni più forti per il vescovo nei dodici anni in cui resse la diocesi.
Nei momenti di distensione, invece, lo stimolava una gran quantità di interessi culturali e artistici, in particolare quelli per l´arte sacra. Fece abbellire il Duomo, costruendo innanzitutto in fondo al coro un altare per l´Immacolata. Esso prese il posto dell’arca di San Vigilio, la costruzione marmorea che nei primi secoli aveva conservato le spoglie del patrono di Trento e che nel 1629 era stata spostata in avanti fin sotto la cupola affinché potesse risultare più in vista. Nel 1737, anche l’ara fatta erigere da Francesco Alberti Poia verrà trasferita, allo scopo di costruirvi l´altare maggiore.
Oltre a ciò, il vescovo diede inizio ai lavori per la cappella del Crocifisso, conclusisi pochi anni dopo la sua morte. Alle operazioni, che egli pagò di tasca propria, presero parte i più grandi artisti trentini dell’epoca, come gli scultori Francesco Barbacovi, Cristoforo e Teodoro Benedetti, Pietro Strudel, i pittori Carlo Loth e Giuseppe Alberti. Dotò infine la Cattedrale di un gran numero di oggetti sacri di valore, soprattutto in argenteria.
La sua considerevole inclinazione al mecenatismo lo condusse a coltivare amicizie con letterati e uomini di cultura, trentini e non, del suo tempo. Prima della sua consacrazione a vescovo era stato tra le personalità più eminenti dell’«Accademia degli Accesi», tra i più celebri sodalizi culturali dell’epoca. Il suo gusto per l’arte e l´architettura lo portò a promuovere la costruzione di nuovi edifici e a rendere più gradevoli quelli già esistenti. Fra le iniziative di questo tipo, si possono ricordare i lavori che vennero eseguiti nelle sale del castello del Buonconsiglio. Fece inoltre erigere la cosiddetta «giunta Albertiana», che collegava il Magno palazzo con il Castelvecchio e che faceva ulteriormente spiccare il contrasto tra lo stile rinascimentale del Magno palazzo e quello tardo medievale del castello.
La scomparsa di un personaggio semplice
Il vescovo Alberti Poia morì verso l´inizio del 1689, colpito dai rigori di un inverno particolarmente freddo, e fu tra i pochi vescovi ad esigere espressamente, in occasione della propria sepoltura, delle esequie molto semplici, senza la presenza delle autorità, che invece anche a quei tempi, per tradizione, solevano accorrere numerose ai funerali di una personalità così eminente. La cerimonia, infatti, ebbe luogo in forma quasi privata. Inoltre, egli rifiutò l´eventualità che il suo corpo venisse imbalsamato, altra usanza che solitamente nei confronti di un dignitario vescovile veniva rispettata, al fine di conservarne meglio la salma e di farne oggetto di devozione popolare. 
Questi suoi desideri espressi nell’ora estrema hanno contribuito a confermare l´impressione che di lui serbarono sia gli uomini del suo tempo, che gli studiosi di storia: quella di un personaggio dal temperamento umile e del tutto riluttante alle espressioni di sontuosità e di opulenza che normalmente erano connesse con la carica che esercitava.
(dal portale web della Provincia Autonoma di Trento www.trentinocultura.net)