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Il territorio

Aldrighetto Di Campo

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Vescovo di Trento
Nato tra la fine del 1100 e l’inizio del 1200
Morto nel 1247

Le origini dell’ ”avvocazia” e le insidie del conte Alberto
Aldrighetto di Campo venne eletto vescovo di Trento il 31 agosto 1232. Della sua carriera ecclesiastica precedente all'episcopato, sappiamo che diversi anni prima era stato uno dei canonici della cattedrale. Poiché al momento della nomina a vescovo egli ricopriva soltanto l'incarico di diacono, per la sua consacrazione vera e propria si dovette attendere ancora un anno.
Aldrighetto trascorse la sua intera esistenza durante l'epoca turbolenta delle lotte fra guelfi e ghibellini e ne fu inesorabilmente coinvolto. Nei primi anni come vescovo dovette arginare le numerose scorribande di alcuni feudatari del Trentino meridionale ribellatisi alla massima autorità diocesana, e vi riuscì con un certo successo. In seguito, però, la sfiducia dell'imperatore Federico II lo costrinse ad assumere un ruolo decisamente più secondario. 
L'anno 1236 rappresentò una tappa importante nella storia medievale del principato, poiché proprio in quest'anno venne rinnovata l'avvocazia al conte Alberto del Tirolo. L'istituto dell'avvocazia era diventato particolarmente importante per i destini del Trentino ed affondava le sue radici alcuni secoli addietro. Da quando con Carlo Magno era stato fissato il principio dell'unità del potere secolare e spirituale, il re rappresentava anche il supremo difensore ed “avvocato” della Chiesa . Nei momenti in cui non poteva o non intendeva esercitare in proprio questo diritto, aveva la possibilità di concederlo a terzi, e da alcuni secoli era invalsa tale consuetudine. 
L'affidamento dell'avvocazia al conte Alberto gli consentiva di assumere una posizione del tutto particolare all'interno del principato e lo poneva sistematicamente in contrapposizione con l'autorità vescovile. Come è noto, il riconoscimento dell'avvocazia in capo a questi esponenti della nobiltà locale, che nella maggior parte dei casi si rivelavano personaggi senza molti scrupoli, legittimava a loro vantaggio una nuova e più forte forma di potere, che nelle loro mani diventava uno strumento estremamente efficace per realizzare le loro sfrenate ambizioni di governo.
Alberto del Tirolo era già presente da alcuni mesi a Trento con funzioni di podestà imperiale, quando cominciavano a spadroneggiare in territorio tridentino due delle autorità più temibili in tutta l'Italia settentrionale, i fratelli Ezzelino ed Alberico da Romano, padroni assoluti, specialmente il primo, della marca veronese e trevigiana, nonché uomini di fiducia dell'imperatore. Queste due autorità vigilavano costantemente affinché il vescovo di Trento non oltrepassasse quei limiti saldamente stabiliti dall'imperatore stesso nel 1236 con una solenne dichiarazione. 
Federico II infatti, in quell'anno, aveva interdetto al vescovo ogni sorta di infeudazione, di pignoramento o di alienazione relativi a qualsiasi bene della Chiesa, e precisò che sarebbe risultato invalido qualsiasi atto intrapreso in ispregio a tale decreto. In sostanza l'imperatore, nella sua politica di netta contrapposizione al potere imperiale, aveva proibito al vescovo di disporre liberamente dei propri beni, arrogandosi ogni diritto su questi e togliendo al presule ogni forma di autonomia, umiliandolo nella maniera più pesante con l'esautorarlo anche sotto l'aspetto del prestigio personale.
L’atteggiamento di ostilità di Federico nei confronti di Aldrighetto di Campo si giustificava in virtù di una precisa esigenza: l'imperatore voleva assicurarsi le vie dirette verso la Germania completamente sgombre, in previsione di una guerra ormai imminente. Questa netta inversione di marcia nell’ambito dei rapporti tra Chiesa locale e potere imperiale rappresenta forse la testimonianza più concreta di come l'età della collaborazione fra le due potenze stesse per volgere al termine e che la consueta funzione politica del vescovo nei confronti dell'imperatore, quella che valorizzava al contempo il ruolo geografico del Trentino, tradizionale territorio di transito, stesse venendo decisamente meno. Il vescovo Aldrighetto, che agli occhi di Federico rappresentava, per la carica che ricopriva, la fazione guelfa, non era più visto come la persona idonea a ricoprire questo tipo di ruolo.
Il cedimento del vescovo Aldrighetto e le accuse di ghibellinismo nei suoi confronti
Allo scopo di sottrarsi dalla minaccia costante della tirannia di Ezzelino da Romano, il vescovo Aldrighetto non trovò di meglio che chiedere la protezione del suo nuovo “avvocato”, il conte Alberto del Tirolo. La mossa, in verità, non si rivelò comunque delle più sagge, dato che al conte l'ultima cosa che stava a cuore era di difendere in maniera disinteressata l'interesse della Chiesa. La decisione del vescovo di trovare riparo sotto la protezione di Alberto avrebbe avuto, nelle sue intenzioni, un carattere meramente provvisorio, dettato dall'incombere della minaccia del temibile Ezzelino. Del resto è facilmente immaginabile che Aldrighetto di Campo non avesse gradito affatto mettere il proprio destino nelle mani di un personaggio così spregiudicato. 
Alberto di Campo, dal canto suo, non perse tempo ed immediatamente cercò di sfruttare la situazione a suo favore. Attese che il vescovo cadesse malato e approfittando delle sue instabili condizioni di salute ottenne non in via provvisoria, ma addirittura in perpetuo il prezioso riconoscimento dell'avvocazia sulla Chiesa trentina. Il vescovo, che in quel momento fu certamente condizionato da pressioni o minacce, concesse al conte di poter estendere in futuro tale beneficio anche ai suoi discendenti maschi. Alberto acquisiva in questo modo uno status giuridico che gli permetteva di accrescere la sua autorità e la sua influenza sull'intero principato vescovile.
Nondimeno, il conte Alberto volle andare più oltre: aggiunse infatti che l’avvocazia presupponeva la trasmissione del diritto anche alla discendenza femminile. A questo punto fu il Capitolo ad operare una decisa protesta e il vescovo Aldrighetto risultò il principale responsabile di questa situazione: venne infatti accusato, oltreché di connivenza con i conti del Tirolo, anche di avere dilapidato i beni della Chiesa, nonché di essersi schierato dalla parte dell'imperatore Federico II. Quest'ultima circostanza è stata del tutto confermata: troviamo infatti Aldrighetto di Campo al fianco dell'imperatore nel 1245 a Verona, ed è certo che egli non lo abbandonò completamente nemmeno dopo la scomunica che venne emessa nei confronti dello stesso Federico. Di queste vicende si interessò anche il papa Innocenzo IV, il quale promosse un procedimento “de vita et moribus“ per indagare sulla condotta personale del vescovo di Trento.
In verità, Aldrighetto non fu certo il primo fra i vescovi della nostra diocesi ad aver fatto ampie concessioni al partito ghibellino. In ogni caso, fu tra tutti questi colui che venne giudicato più severamente dalla Sede Apostolica, la quale, al termine del processo relativo alla sua vita, optò per la deposizione del medesimo e per la sua sostituzione con Egnone di Appiano. Egnone aveva la piena fiducia della Chiesa romana in quanto, qualche tempo prima, allorché ricopriva l'ufficio di canonico suddiacono, si era opposto fermamente ad alcune trattative commerciali intraprese da Aldrighetto. Questi, per levarselo di torno, lo aveva perfino scomunicato, ma successivamente papa Gregorio IX volle andare a fondo della questione, e provvide a riabilitarlo. 
L'atteggiamento di Egnone di Appiano, che soffrì moltissimo per difendere l'autonomia della Chiesa di Trento dalle numerose prevaricazioni, risultò del tutto diverso da quello di Aldrighetto di Campo. Quest'ultimo non fece comunque in tempo a vedere la conclusione del processo istituito nei suoi confronti, poiché morì verso l'inizio dell'anno 1247.